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TIMBUCTÙ di Paul Auster

11 minuti fa
Tempo di lettura: 3 min
“Chiudere un’anima in uno scatolone buio non è giusto. È quello che ti fanno quando muori, ma finché vivi, finché ti resta dentro un po’ di energia, hai l’obbligo verso te stesso e verso tutto quanto c’è di più sacro al mondo di non cedere a queste umiliazioni. Essere vivi voleva dire respirare; respirare voleva dire aria aperta...

È proprio d’aria aperta la sensazione che permane con questa lettura. Attendevo quella autunnale fin dalla primavera. 

Come ogni anno, l’avvicinarsi di questa stagione mi commuove a dismisura. E uno tra i doni estivi che conservo e conserverò con gratitudine e profondo affetto, è questo libro che mi ha chiamata a sé con una grazia malinconica, quasi selvatica. 

L'ho letto in un tempo afoso e difficile. Alcuni capitoli mi ricordano la città torrida che abito, altri le piane umbre che mi hanno ospitata con il loro refrigerio serale. Questa dicotomia evoca anche il sapore agrodolce che mi ha lasciato questa storia: una struggente e breve passeggiata di cui già conosci la meta e che, eppure, te ne distrae, complici il naso e le orecchie di Mr. Bones che sono diventati i miei organi di senso per esplorare il mondo in alcune settimane, e forse oltre.

Timbuctù è il primo libro di Paul Auster che leggo. Qui l’autore ci obbliga ad abbassare lo sguardo all'altezza degli occhi di un cane — un meticcio dalla spiccata sensibilità e dall'anima immensa — per mostrare, di riflesso, tutta la fragilità, la grandezza e la miseria della natura umana.

Mr. Bones è il compagno indissolubile di Willy G. Christmas, un poeta di strada strampalato, malato e vagabondo che crede di essere un profeta e che sente oramai vicina la propria fine. Il loro è un legame d'anima. Puro, un'alleanza che trascende la specie. È la corporeità di questo legame a farsi àncora di salvezza e riparo dal mondo esterno, un rituale condiviso che lenisce l'angoscia: 

Da sette anni ogni notte Mr Bones si assopiva sulle onde di quella musica, ormai era diventata il segnale che il mondo era al suo posto, che per quanto potesse sentirsi affamato o infelice era venuta l’ora di accantonare i crucci e veleggiare nella terra dei sogni. Dopo qualche aggiustamento della posizione, Mr Bones fece precisamente questo. Posò la testa sull’addome di Willy, il cui braccio si sollevò involontariamente in aria e poi ridiscese per posarsi sulla schiena del cane che si addormentò.

Nella prima parte del romanzo si esplora l'appartenenza, la fedeltà e il lutto. Auster, attraverso la mente di Mr. Bones, riflette sulla morte non come la fine orribile di tutto, ma come un passaggio verso un luogo mitico — proprio Timbuctù — dove le anime dei poeti e dei loro cani si ritrovano finalmente libere.


Via via la storia si trasforma in una picaresca, e talvolta crudele, discesa verso la realtà: Mr. Bones si ritrova a vagare nel mondo degli uomini navigando a vista, passando di mano in mano, conoscendo la dolcezza ingenua dell'infanzia come anche la miopia, l'egoismo e la rigidità di una società materialista, razzista e ignorante. 

Il suo resta uno sguardo senza filtro che ci mostra come gli esseri umani abbiano spesso paura di ciò che non possono addomesticare o catalogare.

Ho amato questo libro per la sua spietata tenerezza, per la capacità di farci commuovere senza cadere mai nel patetico, e per come riesce a ricordarci che l'amore, l'arte e la fedeltà sono gli unici averi che davvero contano durante la nostra permanenza terrena.

Con le varie carezza che avrei voluto dare a Mr. Bones, lascio anche dei ringraziamenti: per avermi fatto sentire la poesia nel dramma e nei beni di prima necessità, per avermi fatto vedere la dignità del dolore e per avermi ricordato che, spesso se non sempre, per restare umani bisogna imparare a immaginare con le immagini di altri occhi.

Mi mancate.


Paul Auster

TIMBUCTÙ

Einaudi

Traduzione di Massimo Bocchiola


Recensione e fotografie di Rossana Orsi (rossana_orsi)



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