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  • 4 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

sottotitolo: Racconti di una naturalista in viaggio nelle quotidianità


rubrica: Ariagard’s Tales


L’etichetta sulla porta indica il mio nome e cognome, sbagliato. Luca Pellizari: Scienze Integrate.   Evidentemente tre doppie in una sola parola erano troppe per l’amministrativa che ha scritto le etichette. Entro, l’aula è deserta, il collega di matematica Latini con cui la condivido ha già marcato il territorio: la sua ingombrante borsa sulla cattedra e quell’inguardabile giacca in pelle, che lo fa sembrare un vecchio sedile d’auto, appoggiata con cura alla sedia. Sospiro, durante lo scrutinio aveva utilizzato epiteti coloriti per definire la scarsa voglia di studiare di quella classe, ma pure io avrei fatto resistenza passiva con un soggetto del genere ad insegnarmi una materia tanto indigesta. 

Scelgo una coppia di banchi in fondo all’aula, vicino alla finestra, mi sfilo lo zaino leggero, senza pranzo e la borraccia vuota l’unico peso è quello della penna a quattro colori e il quaderno su cui mi appunto le lezioni svolte ed i voti. Ruoto tre sedie verso di me, qualora ci fossero entrambi i genitori e lo studente, magari. Preferisco quando ci sono anche i diretti interessati. 

Mi siedo, nemmeno ho acceso la luce, il tramonto è vicino e quella luce obliqua e aranciata mi rilassa. Dare i voti a delle vite, a fine quadrimestre, basandomi solo su una verifica orale e ad un disastroso compito scritto mi sembra un abominio. Ma pare io sia il solo a pormi questo problema. Due voti. In pratica il lancio di una moneta, considerate le esistenze al limite di molti studenti, molti dei quali li ho visti troppe poche volte per riuscire anche solo a parlarci. Figuriamoci a interrogarli di scienze.


 

Per fortuna ci sono i colloqui coi genitori, uno dei momenti scolastici che preferisco. Poter esprimere il mio parere sullo studente al di là del voto, di fronte a chi lo conosce da sempre, o quasi, e col quale posso confrontarmi: mi toglie un grosso peso dalla coscienza. Certe insufficienze non rispecchiano affatto le capacità di alcuni di loro, sono solo la dimostrazione dell’insicurezza che gli invade il cervello, come un cancro, soffocando ogni altro pensiero.  Alcuni, durante la loro prima interrogazione, mi hanno sorpreso. Sapevano, ma non riuscivano ad esprimersi. Forse avrei dovuto davvero prendere un indirizzo umanistico come mi avevano suggerito alle medie, forse avrei potuto aiutarne di più. O forse no. Dopotutto anche a Scienze Ambientali mi hanno insegnato a comprendere le relazioni tra ciò che compone il mondo. 

E poi c’era Rosa. Quella ragazza classificata come H ma le cui capacità di ragionamento erano a dir poco sorprendenti, per una che veniva a scuola a singhiozzi e a detta del suo Piano Didattico Personalizzato era un ricettacolo di ansie e incapacità relazionali. Desideravo conoscere i suoi genitori, forse avrei finalmente capit_   

“Luca!” Latini.  “Sempre il solito stacanovista!” Simpatico come un sasso sul parabrezza. “Che fai, dormi?” Breccius vulgaris accende la luce e si dirige verso le tapparelle. “Come fai a non venir accecato da questa luce?” 

“Probabilmente non ho la cataratta!” Franco Latini era noto per detestare la luce del Sole, tanto che alcuni studenti lo avevano soprannominato Dracula. Sicuro il suo ostentare vestiti appartenenti al millennio scorso non aiutava a scrollarsi di dosso quella nomea. “Qua lasciamele aperte, ho bisogno di Vitamina D.” Si volta a guardarmi come fossi un idiota.

“Per quello ci sono gli integratori.” Scuoto la testa, non mi capirà mai.

“Preferisco far produrre al mio corpo ciò che può farsi da solo.” Non so se coglierà la lezione di scienze ma non mi interessa. 

Qualcuno bussa alla porta, una donna bionda fa capolino dalla porta. 

“Si può? Sono la mamma di Burini.” Effettivamente assomiglia parecchio alla figlia. Latini si piazza dietro la cattedra e la cattura con un sorriso sornione. La donna si appollaia su una delle due sedie. L’attimo dopo arriva un altro genitore. 

Si inizia.

-

Il Sole ha lasciato spazio alla notte da un bel pezzo, è la luce dei lampioni quella che ora entra dalla finestra al mio fianco. Appoggio la testa alle mani e mi stiracchio sullo scomodo schienale, ho bisogno di bere e la mente è impastata tanto quanto la bocca. Manca l’ultimo genitore, il padre di Rosa. Latini se n’è andato mezz’ora fa, bofonchiando che ‘Per quella là non lo perdo il treno’. Meglio per me, avrei avuto l’aula libera.

“Il prof. Pellizzarri?” Sobbalzo. Un uomo calvo ed allampanato con una giacca sottobraccio si staglia sulla porta, sfiora quasi l’architrave. Si vede che ha gli occhi chiari sin da quaggiù. Forse mi sarei dovuto spostare ai primi banchi per cortesia, pazienza. Alzo il braccio in saluto e sorrido. Diamine Luca, datti un contegno!

“Salve!” Mi raddrizzo sulla sedia. Il tempo di alzarmi e l’uomo mi ha raggiunto con la mano tesa, ha lo stesso sguardo vivo della figlia e l’espressione di chi sta contenendo a fatica un fiume di parole. 

“Piacere di conoscerla Luca, non sa quanto sono contento di conoscerla!” Mi stritola la mano per un istante e la ritrae subito, passandosela sul maglione. Si siede con uno scatto, si guarda intorno come per assicurarsi di essere nel posto giusto e mi regala un sorriso che promette cose positive. Però. “Deve sapere che mia figlia ha fatto con lei la prima interrogazione.” Certo, era stata la prima interrogazione dell’anno. “Erano tre anni che faceva scena muta, con chiunque.” Cosa? Mi guarda con l’espressione di chi era pronto alla mia faccia sorpresa. “È il primo prof con cui ha preso sette e mezzo durante un’interrogazione. Le precedenti erano state solo insufficienze.” Davvero? Sbatto le palpebre per prendere tempo, le spalle mi fanno male e il respiro è finito da qualche parte fuori dal corpo. Anni di recitazione ed improvvisazione vengono in mio soccorso.

“Faceva confusione coi termini tecnici e non ricordava con esattezza alcuni procedimenti, ma la capacità di espressione, e soprattutto i collegamenti, erano eccellenti.” Insomma, la capacità di linguaggio c’era. Il volto del padre si illumina e gli occhi si fanno appena lucidi. Prende fiato, come uno studente che sta per lanciarsi col parapendio abbracciando un monologo. E lo fa.

A Rosa sono state diagnosticate difficoltà relazionali pesanti, iper-sensibilità di ogni genere e reattività emotiva fuori scala tali da impedirle di avere rapporti sociali normali. Ma da qualche anno stava lavorando con una psicologa per farcela a sembrare normale. E ci riusciva: disegnava durante le lezioni, faceva palline di carta, ogni tanto chiedeva di uscire. Era una ragazza silenziosa che aveva imparato a dire le cose giuste nei momenti giusti. Nessuno se n’era accorto. Ma certi giorni non veniva a scuola perché quel giorno tra la gente sarebbe stato “troppo”. Troppo. Troppo. 

Quella parola trasudava da ogni frase. A quella ragazza non mancava niente, era solo stata vista dal punto di vista sbagliato. Era più, non meno. Mi si riversarono nella mente articoli e dichiarazioni che avevo letto qua e là anni prima, mentre cercavo di capire me stesso. Quella di Rosa non era disabilità, era plusdotazione. La bocca dello stomaco mi stava facendo solletico. Cazzo.

“Quindi ogni giorno a scuola è un giorno guadagnato.” Concluse il padre. Poi silenzio. 

L’uomo si abbraccia la giacca, ha il fiatone e le mani incapaci di smettere di accarezzare il pelo del cappuccio. Sta mascherando. Come la figlia. Ha affrontato i colloqui per la figlia. Mi si chiude la gola alla vista di tutto quel coraggio. Potevo quasi sentire il battito accelerato del suo cuore, quanti studenti avevo visto così alle interrogazioni. E mi comportai come sapevo fare in quelle occasioni, gli sorrisi e seguii il solletico. 

Gli racconto quello che avevo osservato della figlia, di come i certi momenti “non c’era” e la lasciavo stare, capendo che era nel suo mondo. A volte non rispondeva, non era scortesia: non ce la faceva. Se avessi insistito allora sì che sarebbe stata scortese. Isolamento e silenzio erano il suo modo per essere normale, timida, riservata. La lasciavo disegnare perché anche a me aiutava ad ascoltare e memorizzare in passato. La facevo uscire, a lei come altri compagni, quando vedevo che lo stare in classe diventava “troppo”. E decido di dirglielo, con tutto il tatto di cui ero capace. 

“Sua figlia mi è sembrato avere tratti neurodivergenti, alcuni molto simili alla plusdotazione.” Aspetto. L’uomo si irrigidisce sulla sedia, chiude gli occhi, prende fiato ed espirando li riapre.

“Sì.” Mi sorride. La voce è bassa e controllata. “La sua… patologia ha molti tratti in comune con la plusdotazione.” Inghiotte. “Molti.” Annuisco. Ci guardiamo negli occhi. Troppi tratti in comune.

“Dica a Rosa che ci sarò anche l’anno prossimo.” 

“Ne sarà felice. Magari sapendolo verrà a scuola più volentieri.”

“Lo spero.” 

“Lei l’ha capita in pieno, professor Pellizzarri.” Dio, metteva tutte le doppie giuste. “E lei ha bisogno di gente che la capisce. Non ha bisogno di mappe concettuali.” Ma io non gliene ho mai date. “E lei è l’unico che non gliele ha fornite.” Ah. Forse dovrei leggere con più attenzione i PDP. Cosa gli dico? Che ho seguito in solletico?

“Ho seguito l’intuito.” 

“Continui a farlo.”


Ariagard


Testo di Arianna Gardini (aria.gard)

Fotografia di Canva





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