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Roma


La notte prima, avevo aspettato la pioggia con la speranza inginocchiata sul davanzale. Invece trovai le finestre aperte e qualche fiore rosa dentro a due giare, il sole pieno fino all'ultimo quadrante dell'orologio che si sporgeva per contare su di me.

Stavo per conoscere la corresponsabilità.

Un giorno mi sono alzata nell'oscurità dei miei fogli e ho trovato il letto vuoto, contro la parete più corta della stanza. Ho singhiozzato perché non ricordavo dove fossi, ma ecco che vivevo a Roma senza che me ne fossi accorta.

Roma è di quelle persone che ti accolgono anche se devi partire, perciò ti ci ritrovi: tu ti giri dall’altra parte per non farti vedere piangere e lei sventola un lembo di cotone e di vapore, come funi ben tese.

Ha una statura contenuta, dai suoi colli ne intravedi tutte le misure. Quando accavalla le gambe, nasce un abete sulle Alpi ed è lì che puoi raccogliere la neve quando il clima diventa sempre più tropicale.

Non dimezza e non raddoppia, Roma si enumera con la possibilità di azzerare ogni risultato. E ti confonde appena la impari, ti contraddice se la domini.

Di notte sfavilla di lucciole e di aranci.

Ha fessure che brandiscono occhi segreti, pullula di vicoli sudici e sconfina in accenti, grida, apostrofi, tronchi in ogni forma che formano germogli.

La incontrai alla prima goccia, che era una lacrima stretta nel taglio degli occhi come una venatura blu. I suoi colori poi sono diventati mossi e l’odore s’è fatto vivo, come se si fossero spenti di colpo cento fiammiferi, denso come gelo.

Allora mi sono rivista, piccola e indifesa, prometterle di non lasciarla mai. Lei mi ha coperto una spalla con l'ombra di una statua, tra marmo e selciato, e ho sentito i suoi passi attutirsi in un unico sanpietrino. Mi ha chiesto da accendere, ma era lei che teneva il fuoco, dopodiché ha sorriso e tra le labbra teneva il nome di un parente lontano assieme ad un goccio di vino rosso e vivace.

Infine ha spento i tuoni e ne ha sorretto i botti con la sola forza delle opere d’arte.

Riparati qui. – mi ha detto.

Quanto ha piovuto, quel giorno.

Qualche quartiere ha allagato il suo stesso traffico.

A zig zag, tra i Fori Imperiali e il raccordo, ci sono passati stretti tre mesi, tra i cuccioli di gabbiano e i ricordi dell’anno venturo. Le nostre passeggiate si arrendevano così ai baci senza perdere niente, sfinite di saluti e di schiocchi sullo sfondo delle carrozze.

Semmai ci avessero visti, allora, sarebbe stato solo per il tuo sorriso.

Mi avevi preso il viso in una foto dicendomi, serio - Sei ciò che volevo.

Meno male che c'era Roma ad ascoltarlo con me, a tramutarlo in oro, lago e cioccolato.

Perché è così che fa lei, se ancora non la sai.

Ti mostra ciò che ritenevi impossibile.

Dadi, furti e compagnie poco raccomandabili.

Ti sta un passo dietro, se ti senti costretto.

Due in avanti, se ti stai cercando.

Se ti butti per terra puoi sentire la sua musica di ferro e fuliggine.

Crolli, saccheggi, malinconie.

Qualche lotta intestina e qualche rivoluzione.

Alcune finte, alcune vere, altre forse.

Non puoi sbagliarti, però, in Roma tutto è re(g)ale.



Testo di Rossana Orsi (rossana_orsi)

Fotografie di Chiara Lunghi (_kialu_)

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