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ATTARDARSI

  • 14 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

rubrica: Ariagard’s Tales Racconti di una naturalista in viaggio nelle quotidianità


Siamo puntualissimi. La classe avanza sul largo viale verso la sede del Centro e chiacchiera sommessamente, qualcuno ridacchia. Le espressioni sui volti degli studenti sono distese, bene. L’esperienza di forest bathing è andata alla grande, non c’è dubbio! Se me l’avessero fatta fare a me quando ero a scuola mi avrebbe aiutato parecchio.

“Leo!” Sussulto. La mia collega Rebecca mi raggiunge dalla testa del gruppo di studenti, ha un sorriso che la dice lunga: è soddisfattissima. Si sfila il berretto e asciuga il sudore con la manica. “La professoressa vorrebbe fare una riflessione di chiusura prima di andare, la faccio fermare alle vecchie scuderie. Poi li accompagni tu al pullman? Io ho una riunione col Comune tra un’ora e devo rendermi presentabile.” Annuisco, il muro color mattone chiaro dell’edificio è ben visibile, siamo quasi arrivati. “Bene, allora tu raduna gli ultimi ritardatari, quando ti vedo arrivare ti lascio al comando!”

“Va bene capo!” Rebecca si tocca la visiera, mi saluta e se ne torna di buon passo verso le vecchie scuderie, la lunga treccia bionda che le ondeggia sulla schiena. Un paio di ragazzi mi superano ridacchiando. Le vecchie scuderie in lontananza, ma c’è un ronzio fastidioso che precede quello che più mi infastidisce delle scolaresche: le casse per amplificare la voce usate da alcuni docenti.

“Fate presto ragazzi!” Uno stormo di passeri decolla spaventato dal platano sopra di noi e un merlo fugge schioccando verso i cespugli. Ecco, come rovinare due ore nel bosco parlando a sproposito. La cassa portatile gracchia tra le parole che seguono, la prof sollecita ad avvicinarsi e a sbrigarsi per non fare tardi. No, non ha assimilato quanto ha esposto Rebecca riguardo la fretta che ci attanaglia in quest’epoca. Tutti gli studenti hanno quasi raggiunto le vecchie scuderie, tutti meno uno.



Un ragazzino dai capelli castani, felpa verde e zaino azzurro se ne sta fermo a bordo sentiero, parzialmente nascosto ai suoi compagni dalle fronde di un acero,  e fissa qualcosa sul terreno. Mi aspetto che si fermi a fare pipì e invece si accuccia. Sorrido. Allunga il braccio per avvicinare la mano al terreno, è concentrato su qualcosa. Aspetta, lì c’è il sentierino che porta alla tana dell’istrice, possibile lo abbia notato? Oggi sono certo di non averlo nominato all’inizio della gita. Il ragazzo lancia un’occhiata alla classe: ammucchiata intorno alla prof che sta dicendo qualcosa riguardo ad una relazione da scrivere. Atroce. Il ragazzino si alza in piedi e avanza tra l’erba e l’edera. Oh! Pochi passi e sparisce tra il biancospino, i rami del cespuglio si muovono appena: sa come muoversi in natura. Ok Leo, ma non per questo lo puoi lasciar allontanarsi da solo. Mi affretto a raggiungere il sentiero dell’istrice e lo seguo, intravedo lo zaino colorato tra la vegetazione, deve essere quasi arrivato alla tana. D’inverno quando non ci sono le foglie la intravedo dalla strada, ma solo perché sono alto, altrimenti resta ben nascosta. Sono a pochi passi dalla piccola radura, il ragazzino mi dà un fianco e sorride estasiato all’ingresso della tana. Do un colpetto di tosse per annunciarmi. Scatta in piedi con gli occhi sbarrati: l’ho spaventato.

“Mi scusi guida, sarei tornato subito è che ho visto…” le parole gli muoiono in gola e abbassa il capo. “Lo dirà alla prof che mi darà una nota, vero?” Il torace è diventato un mantice, mi guarda in sottecchi. Mi fermo, alzo le mani mostrando i palmi e scuoto la testa. Come posso prendermela con uno che ha individuato da solo la tana dell’istrice?

“Faccio il chiudi fila, devo accertarmi che tutti tornino alla base. E al pullman.” Il ragazzo dà un’occhiata alla tana, il grande buco scuro è circondato da terra fresca e sono ben visibili alcune impronte.

“L’ha fatta un istrice, vero?” Ah, sa riconoscere le impronte. Annuisco.

“Chi l’ha fatta non so, sicuro un istrice la abita.” Il ragazzo sposta il peso da una gamba all’altra, mi scruta e si arrotola tra le dita affusolate un laccio dello zaino.

“Avevo visto le impronte e non ho resistito. L’ultima volta ho trovato un nido di testuggini e la prof mi ha dato una nota.” Una nota per aver scovato tracce che la gran parte della gente non avrebbero visto. Qualche secolo fa sarebbe stato un apprezzato cacciatore e guida, oggi viene punito per la sua abilità. Sospiro. La sua attenzione ora è rivolta a un frassino dalla parte opposta alla radura. “Ci avete messo una fototrappola per parecchio.” Non era una domanda.

“Sì.” Gli sorrido e piego il capo, spero capisca che sono curioso di sapere come l’ha capito. Il ragazzo si muove verso il tronco ed indica proprio il punto dove fino ad un mese fa c’era la fototrappola.

“La corteccia è sbucciata in modo regolare e qui ci sono i segni dell'edera che è stata staccata.” Si avvicina col viso. “Ci sono ancora delle teche di uova di ragno rotte.” Gli sorrido.

“Come ti chiami?” Il ragazzo si irrigidisce.

“Alex. Alex Tonal.”

“Io sono Leo.” Gli porgo la mano, la studia sospettoso e me la stringe goffamente.

“Piacere.” Mi osserva come per capire cosa ci sia sotto.

“No, non lo dirò alla tua prof. Però ora rientriamo, altrimenti ti porto a vedere anche le tane delle volpi!” Lo sguardo di Alex si illumina, sorrido e sbuffo una risata.

“Dove?!”.

“Nel bosco.” Indico col capo da dove siamo venuti. “Vicino a dove avete fatto la respirazione.” La bocca di Alex si apre e i suoi occhi guardano altrove: sta ricordando.

La sveglia del mio orologio inizia a bippare, è il caso di andare al pullman. La prof sta ancora parlando ma è meglio muoversi.

“Alex, andiamo. Altrimenti fate tardi.”

“Non posso restare qua, vero?”

“No, ma accettiamo volontari dai 14 anni.” Mi fissa stupito.

“Allora mi farò sentire! Ne ho quasi quindici.” 

Annuisco compiaciuto, che bello il suo entusiasmo. Assomiglia al mio quando ero io lo studente. Alex è un’ottima compagnia e credo potremmo diventare amici, ma devo mantenere il mio ruolo.

“Allora fatti risentire, trovi i contatti sui social.” Gli do le spalle e mi avvio lento verso il sentiero principale, in quella radura ci metterei la tenda. “Andiamo. Meglio non farti fare tardi.” I passi di Alex frusciano nell’erba accompagnati da un lungo sospiro.

“Ci vorrebbero più uscite così. Si sta meglio ad imparare fuori che ingabbiati in aula.” Sussurra Alex. Sbuffo dal naso, pensa proprio come me alla sua età. Scosto il ramo di un rovo e faccio passare il ragazzino, ha lo sguardo sognante fisso davanti a sé, mugugna un ringraziamento e si avvia incerto verso le vecchie scuderie.

“Io me la sono passata abbastanza bene a scuola, ho fatto l’agrario e uscivamo relativamente spesso a far lezione.” In lontananza la voce amplificata della professoressa annuncia che devono ringraziare le guide. Giusto in tempo. Alex non sembra essersene accorto.

“Mia madre ha detto che era meglio il linguistico, mi avrebbe dato più opportunità di lavorare all’estero…” Sospira di nuovo e china il capo. “Non lo sopporto.” Lo affianco e rispetto il suo silenzio. Capisco quanto sia dura, ma non ho parole né tempo per confortarlo, la vicinanza è il massimo che posso fare al momento.

“Alex Tonal! Dove ti eri cacciato?” la voce della professoressa echeggia fastidiosa. Alex solleva il capo, ha il volto livido e gli occhi umidi, lo sguardo sognante si è spento. Vorrei fare altro per lui. Posso farlo.

“Colpa mia,” alzo la mano con uno dei miei sorrisi affascinanti “visto che era rimasto indietro mi sono fatto aiutare a sistemare del materiale che mi era rimasto in disordine!” Mi fermo. Alex esita, fa per voltarsi ma un ragazzino allampanato coi capelli corvini a tenda sul viso gli si affianca e si mette tra lui e la professoressa, quasi a fargli da scudo. Sembrano amici, hanno passato parecchio tempo vicini durante l’uscita. Il moro lo accusa scherzosamente di qualcosa e gli dà una spallata, Alex subisce ma lo sento ridere. Vorrei salutarlo, portarlo a vedere altre tane… ma no. Deve riunirsi alla classe. E io sono solo un educatore di passaggio. La professoressa borbotta, spegne la cassa e si volta in cerca di supporto. Ci mancava, rinforzo il sorriso e aspetto il veleno.

“Ha fatto bene a fargli fare qualcosa, lui e il suo amico lì, Luciano… se solo studiassero un po’ di più potrebbero essere i migliori della classe. E invece passano il tempo a disegnare e giocare.” 

Annuisco e sollevo le spalle.

“Sono ragazzi, impareranno.” E poi mica serve sempre fare qualcosa di produttivo. “Col gioco si impara a diventar grandi, giusto?” Forse questa potevo risparmiarmela. La prof mi fissa come se mi fosse spuntato un terzo occhio.

“Prof! Andiamo che facciamo tardi!” sbraita qualcuno dal gruppo. È quasi mezzogiorno.

“Vi accompagno.” La donna si riscuote e muove, mi fissa un po’ corrucciata come se non le quadrasse qualcosa. “Quanti anni hai?”

“Diciannove.” La prof manca un passo e lo recupera sistemando la borsa della cassa.

“Sembri più maturo. Questi” indica il gregge di studenti nel quale stiamo entrando. “hanno solo quattro anni meno di te e se li lasci da soli si perdono.” 

Ok, ora so cosa replicare.

“Forse usano altri punti di riferimento.”

“Come?”

“Niente. Era un pensiero ad alta voce.” Ci vorrebbe troppo a spiegarglielo ora.


Testo di Arianna Gardini (aria.gard)

Fotografia di Canva

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