IL POTENZIALE INVISIBILE
- 24 apr
- Tempo di lettura: 6 min
sottotitolo: Racconti di una naturalista in viaggio nelle quotidianità
rubrica: Ariagard’s Tales
Lo zaino è pesante di verifiche, nella borraccia l’acqua sbatacchia e il portachiavi fissato alla cerniera tintinna sul metallo. Poco male, in quel brulichio di giovani corpi che si spingono verso l’uscita nessuno sentirà i miei rumori.
La supplente di storia di cui non ricordo il nome mi sorride e fa cenno verso la caffetteria. No, dovrà trovare un altro modo per convincermi ad entrare in quel tugurio di conversazioni astruse e colleghi scompensati. Accenno un saluto e sgattaiolo verso l’Aula Magna, preferisco mezz’ora di silenzio e un pacchetto di cracker. Sulla porta antincendio d’ingresso una locandina annuncia l’evento imminente: “Valorizzare le relazioni – comprensione o controllo?”.
Mi fermo a leggere il nome del povero cristo che occuperà un’ora della sua vita a parlare a dei professori dopo il collegio docenti di oggi e due settimane farcite di consigli di classe.
Davide Monti – Consulente aziendale.
Arriva un leggero voltastomaco, ho sempre odiato considerare la scuola come un’azienda. La scuola è fatta per formare le persone, un’azienda per fare profitto, ma gli istituti fanno a gara per accaparrarsi il maggior numero di studenti. Per avere più fondi e prestigio… gli studenti sono solo un mezzo.
Scuoto la testa ed entro, hanno ragione i colleghi a dirmi che sono polemico. Non mi sta bene niente.
L’aria fresca dell’enorme locale mi fa prendere fiato: apprezzo il riscaldamento sottodimensionato di cui molti si lamentano. ll Dirigente è laggiù, dietro i tavoloni che sbraccia e sibila contro una donnina con un cespo di riccioli rosso fiamma che gli tiene testa come la polena di una nave. Chi è?
Mi faccio avanti, le scarpe da running sono silenziose sui gradini in linoleum scrostato, scelgo un posto davanti, laterale, vicino alle uscite di emergenza.
Appoggio lo zaino con un tonfo, mi ci vorrà un miracolo per correggere tutte le verifiche in tempo, è il quarto pomeriggio questa settimana che starò a scuola fino al tramonto.
Il Dirigente sbuffa e si passa una mano sulla pelata, la donna lo fissa determinata, qualcosa non torna, sembra serena ma ci scommetterei un caffè che è agitata.
Un brusio aromatizzato al caffè segnala l’arrivo di alcuni dei docenti che hanno finito di pranzare. Speravo tardassero un po’.
Il Dirigente e la donna si scambiano un’ultima occhiata, lui avanza verso il suo scranno e lei sospira, si volta verso la platea, i nostri sguardi si incontrano.

Si ferma il tempo. Mi pare di conoscerla già, mi dà un senso di familiarità che la saluterei ad alta voce. Mi trattengo. Accenno un saluto col capo e strizzo gli occhi come faccio con gli studenti che mi salutano e di cui non ricordo né nome né classe, lei tende le labbra in un sorriso e prende fiato. Ha un volto arrotondato con zigomi pronunciati. Cedo e le sorrido anche io, mi risponde con un cenno di conferma.
Un grido di saluto spezza il momento, entrano altri docenti, la donna non mi guarda più, si avvia verso il tavolone e accende un microfono.
L’aria schiocca e vibra, la grande sala si fa silente per un istante, molti colleghi si accomodano in piccionaia. La donna si muove sicura, collega un notebook e vi accoppia il videoproiettore al primo colpo. Sarà la nuova Assistente Tecnica.
Altro brusio, i colleghi oggi hanno davvero fretta di iniziare, immagino sia perché è venerdì e vogliono tornare a casa presto. Non avrebbero tutti i torti, ma io avevo bisogno di tranquillità.
Incrocio le braccia e cerco di trovare una posizione comoda per i prossimi minuti, mi basterà poco. Mi concentro sulla cacofonia di voci, sui tacchi delle colleghe, sul vociare caciaroso delle ultime file… Un bel respiro, profondo, devo solo trovare la melodia in questo caos e riuscirò ad appisolarmi un po’.
Non dormo, ascolto i suoni, il mio respiro. Questo posto tra poco sarà troppo affollato e rumoroso, meglio arrivarci preparato. Qualcuno si siede sulla fila di sedie facendomi ondeggiare, resta lontano. Bene…

Il collegio docenti è agli sgoccioli e io ho il cervello in poltiglia. Il Dirigente fa i ringraziamenti di rito e ci prega di restare per l’ora di formazione successiva, facoltativa ma vivamente consigliata.
Ho cercato un po’ di info sul relatore e pare un tipo in gamba con un CV che spazia dal commerciale estero al HR manager, solo per probabilità ha qualcosa di interessante da raccontare riguardo la comunicazione.
“Oh Luca, che fai, vieni?” La collega di Storia mi ha ritrovato. “Ti va un caffè prima di tornare a casa?” Sì, ma non ora e non con te.
“Preferisco restare qua, mi interessa, ma grazie.” Breve, conciso, poche spiegazioni. Bravo Luca. La collega fa spallucce, mi dà un’ultima occhiata e si allontana con altri colleghi dell’asse umanistico. Metà dei docenti sta fluendo via dall’Aula Magna. Almeno ci sarà più ossigeno.
Il suono secco di una porta che si apre mi fa sobbalzare, una folata di primavera e luce mi avvolge. Dio ti ringrazio. Mi volto. La donna dai capelli rossi sta bloccando le porte REI, girandosi mi guarda e mi sorride.
“Mi pareva che avesse bisogno di ossigeno.” Oh. Come ha fatto a capirlo? Prende fiato come per dire qualcos’altro, ma poi si trattiene e osserva la sala. “È un peccato che se ne vadano in tanti.”
“Ti interessa l’argomento?” Merda, avrei dovuto darle del lei. Torna a guadarmi e sorride.
“Sì. Mi sta molto a cuore.” Accenna un sorriso, ha occhi scuri, il volto le si imporpora appena e si volta verso il palco. “Devo andare, a dopo.”
A dopo? Mi dà le spalle e si avvia a passo spedito verso il Dirigente rimasto a parlare con alcuni colleghi. A dopo. Chissà come si chiama?
Le porte vengono chiuse, il microfono fischia, la voce del Dirigente rimbomba l’inizio dell’incontro. Mi sto abbioccando, per riattivare la mente cerco il relatore tra i presenti sul palco ma nessuno corrisponde all’uomo che ho visto dalle foto sul web. Il microfono blu, quello che mette in crisi ogni tecnico, viene passato alla donna dai capelli rossi.
“Benvenuti!” Funziona, è decisamente un tecnico valido. “Davide Monti ha avuto un impegno familiare improvviso.”
Cosa? Perché lo annuncia lei e non il Dirigente?
“Mi chiamo Adriana De Marco e ne farò le veci per oggi.”
Il tecnico farà formazione? Prosegue a parlare, la voce è forte e ben modulata. No, non è un tecnico, è una consulente pure lei. Osserva la folla, scorre i volti uno a uno, cambia espressione mentre racconta qualcosa sulla nascita del centro di formazione, e arriva a me. Mi sorride divertita e passa oltre.
Parla da meno di dieci minuti e avrà detto almeno quattro volte le parole comprensione e comunicazione efficace: la nebbia del sonno è evaporata e ha la mia attenzione.
“Quanti di voi hanno studenti che sembrano completamente distratti?” Tutte le mani dei presenti si sollevano. “E quanti di voi hanno verificato dove va quell’attenzione?” Silenzio, le mani calano.
La fisso, lo ha chiesto davvero? Non ha parlato di evitare il comportamento ma di analizzarlo.
“Una volta ho incontrato un ragazzo che sembrava completamente disinteressato alle lezioni. Sempre chino sul banco, capelli sul viso.” L’immagine di una ragazza di cui ho scordato il nome mi si para davanti, frangetta al naso e capelli a caschetto per nascondere il perenne auricolare nell’orecchio.
Un piccolo coro di commenti affermativi e scocciati riempie dall’aula, perché non se ne stanno zitti? “Voti bassi. Poco impegno. Ostili.” Scorre la platea, la voce è squillante ma non fastidiosa, sa usare il microfono. “Disinteressati a tutto. Assenti. Isolati.”
Un coro di affermazioni e qualche nome emerge dalla platea.
“Studenti inadatti allo studio. Studenti a rischio dispersione. È questo che vogliamo?” Pausa. Un silenzio che solo quando parla il dirigente c’è. Come ci riesce?
Non sembra importarle, non indossa alcun sorrisino di compiacimento. Il suo respiro risuona nel microfono.
“Quel ragazzo… stava studiando giapponese. Da solo.” Delle sedie scricchiolano. “Non era distratto: era concentrato su qualcosa che il sistema scolastico non considerava.”
“Sì, ok, ma poi la matematica la deve studiare.” Borbotta qualcuno. Adriana annuisce.
“Certo. Ma possiamo imparare a vederne le potenzialità prima di dichiararne l’incapacità.” Prende fiato. “Riconoscerne le capacità e dargli valore prima di attribuirgli uno status.”
La pausa assomiglia a quella dell’infermiera quando slaccia il laccio emostatico e ti fissa per accertarsi che non sei svenuto.
Adriana si muove e inizia a passeggiare, cambia postura e si fa più informale. Cavolo se sa tenere banco questa, solo osservarla come si muove aiuterebbe a migliorare le lezioni. “Una classe è come avere un gruppo di lavoro di cui non conosciamo il potenziale ma dal quale pretendiamo prestazioni ad un livello predefinito.”
“Non abbiamo tempo per conoscere tutti gli studenti!”
“Chi porta avanti i programmi poi?”
“Non possiamo fare tutto noi professori!”
Le voci della triste verità. Che non hanno alzato le mani per parlare. Adriana si ferma, seria e tranquilla.
“È una questione che riguarda tutto il sistema scolastico, di cui voi fate parte. Ci sono modi alla vostra portata per affrontare la questione e io sono qui per parlarvene.”
Colpi di tosse, tessuti che strusciano, una borraccia cade, molti restano in attesa, il borbottio di qualcuno è nitido dalle ultime file.
Adriana sorride, guarda in alto e mi si ferma il cuore. Non lo farà davvero?
“Voi, lassù. Tu con la giacca rossa e tu con il maglione bianco. Sì.”
Il borbottio cessa.
“Posso chiedervi cosa vi coinvolge così tanto da distogliere la vostra attenzione da questo incontro?” Mitica.
Ariagard
Testo di Arianna Gardini (aria.gard)
Fotografia di Canva



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