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Esplorazione e semina del metodo empatico

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

rubrica: Il vostro Druido di fiducia


Per un po’ sono sparito, e me ne scuso, ma pare che questo Druido in inverno soffra di un stato letargico nella scrittura. Ed è buffo perché stavo pensando, in questi ultimi mesi in cui non ho scritto, di esplorare un tema che mi ha aperto una delle tante visioni su questo blog e non solo.

Uno dei primi articoli che ho scritto, infatti, riguardava l’empatia: parlavo di come sia importante secondo i 10 principi Druidici. Puoi recuperarlo qui.


Oggi riprendo quel filo, sarà proprio quest’aria di primavera come allora che stimola in me la voglia di approfondire qualcosa che non è mai abbastanza esplorato e un sentire che non è, allo stesso modo, mai “sentito” abbastanza.


Ursula le Guin (scrittrice di fantasy, 1929-2018) ci fa capire tramite quello che lei definiva vero nome una metafora dell’empatia profonda: il vero nome nel suo mondo di Terramare era il nome nell’antico idioma di una persona, che ti dava pieno potere su di essa solo al conoscerlo. 

Questo è senz’altro un messaggio profondo: vedere davvero una persona, e conoscerla a fondo, significa vulnerabilità reciproca.

 


Se l’altra volta abbiamo toccato il tema della scomparsa dell’empatia nella nostra modernità, questo mese mi piacerebbe esplorare concetti più profondi andando quindi a capire come far rinascere un senso empatico, ma soprattutto perché farlo e in che modo i maestri delle antiche civiltà lo percepivano.

Merlino, il grande saggio Druido vissuto nel 500 d.C. come ci racconta Bockl nei suoi tanti libri, non si relazionava con la natura bensì si sentiva parte della natura stessa. 

Per i Druidi, infatti, tutto il creato (alberi, pietre, animali, acque ecc.) era animato da un'unica forza vitale. Questo è quello che mi piacerebbe imparassero i bambini: non siamo esseri separati, ma un tutt’uno con ogni cosa che ci circonda.

Nei vari libri che leggo ho imparato che ci sono luoghi specifici dove questo avviene più facilmente. 

Secondo i Celti e i Druidi questi posti erano i Nemeton, dove le barriere tra i regni si assottigliavano e si allenava la percezione empatica. Dobbiamo quindi essere bravi noi a trovare quei luoghi (che siano essi fisici o metaforici, ricordiamo che un luogo può essere anche l’unione di intenti tra 2 o più persone) dove questo è possibile, e insegnarli a chi ci sta intorno per ricevere  “ciò che normalmente il rumore del mondo copre”.

Sarebbe giusto, dunque allenarci a percepire l’empatia come i Druidi erano in grado di fare, ovvero attraverso una sensibilità viscerale e corporea. Loro, abitando simultaneamente su più piani, vi riuscivano in maniera quasi automatica. Deve diventare per noi tutti un processo somatico, cioè che si sente nel corpo, e non pensato con la mente: questo ci permetterebbe di valicare il sottile confine che ci fa sentire più vicini agli altri, un po’ come sentire il dolore altrui o il detto “mettersi nei suoi panni”. Se superiamo infine anche il limite della morte (ricordando che gli antichi popoli credevano nella metempsicosi, ovvero nella credenza che dopo la morte l’anima sarebbe trasmigrata da un corpo all’altro fin quando non si fosse completamente affrancata dalla materia) scopriremo, com’era chiaro ai Celti, che i morti non sono assenti ma presenti solamente in modo diverso. Onorarli, quindi, tramite rituali antichi o moderni che siano era e rimane un atto di Empatia oltre il tempo, per sentirsi parte di una corrente che viene da lontano e che altrettanto lontano arriva. 

Così l’identità personale si dilata: non sono più solo “io” ma noi attraverso i secoli.


Come al solito non mi piace trarre conclusioni, ma piuttosto esporre visioni sperando che qualcuno ne tragga beneficio o ancora nuove visioni. Augurandomi e vi la rinascita di un popolo e di un’era nella quale l’empatia abbondi e sia profonda, in modo che tutta l’umanità, e non solo lei, ne possa godere.


Chiudo con due grandi rimandi.

Prima Aristotele, che diceva: l'uomo è un animale sociale perché per natura è portato a vivere in comunità civili, unendosi ai propri simili per formare società e raggiungere la felicità.

Poi i Druidi: l’empatia non è una competenza, è un'espansione dell’identità, man mano che i confini del sé si allargano (verso gli altri, la natura, i nostri antenati) non si perde sé stessi, si scopre che il sé era sempre più grande di quanto si credesse.


Puoi recuperare ogni articoli attraverso le pubblicazioni del #blog22 e se ti fa piacere puoi seguire le mie attività anche sulla mia Pagina Facebook: Creazioni Druidiche.

Puoi scriverci, qui o sui social, così da confrontarci insieme sugli aspetti emotivi che abbiamo trattato nel cammino di questa rubrica. 


Puoi chiamarmi “Elia il Druido”


Testo di Elia Bianzino

Fotografia di Canva



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