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incontrando Marianna Zampieri

  • lachanceria
  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

rubrica: Intravedersi


Conversare con un autore è sempre un privilegio di intimità concesso. Un guardarsi reciproco per cogliere sfumature di sé e approfondire il proprio rapporto con il mondo interiore e l’alterità.

Abbiamo incontrato Marianna Zampieri: gattografa vicentina e autrice delle premiate serie “Cats in Venice” (viaggio visivo a raccontare la vita dei gatti liberi immersi nelle magiche atmosfere veneziane) e “C-AT Work” (serie fotografica a ritratte il legame tra i felini e gli esseri umani osservati nei luoghi di lavoro).


Marianna, benvenuta. Lasciando che i lettori la sognino attraverso di te, cosa ti fa innamorare ogni volta di Venezia? C’è un angolo non noto, un ricordo intimo e speciale, indissolubilmente legato alla città, che puoi condividere con noi?


Venezia per me è un amore che non si consuma mai, un legame che si rinnova ogni volta che ci metto piede. Ho la fortuna di abitarci vicino, ma soprattutto di poterla vivere in modo personale, silenzioso, quasi confidenziale. L’ho scelta come teatro del mio progetto Cats in Venice perché è davvero “a misura di gatto”: non ci sono automobili, solo calli, ponti, barche, piccole corti dove anche i felini possono sentirsi liberi, curiosi, protagonisti. Un angolo poco noto? Amo perdermi nelle zone residenziali, lontane dalle vie più battute, dove la vita quotidiana dei veneziani scorre con calma. Lì i gatti si muovono con una naturalezza che racconta molto della città: conoscono ogni ombra, ogni davanzale, ogni pietra. Un ricordo intimo… forse più di uno. Penso a certe mattine d’inverno, quando la nebbia abbraccia le calli e i miei passi risuonano appena. In quei momenti, quando un gatto mi compare davanti e si lascia avvicinare, tutto si ferma: la laguna, i rumori lontani, il tempo stesso. Sono istanti di grazia che mi ricordano perché torno sempre qui — per ritrovare me stessa attraverso loro.


Nei tuoi lavori, il gatto è l’epicentro indiscusso; è stato proprio l’amore per questo nobile felino il punto di partenza del tuo interesse per la fotografia come linguaggio artistico? 


Sì, assolutamente. Tutto è cominciato con Arthur, il mio gatto, nel 2012. È stato lui ad aprirmi un mondo. Guardandolo, osservando i suoi movimenti, la sua presenza, ho capito che c’era un linguaggio da raccontare: fatto di silenzi, di piccoli gesti, di libertà. La fotografia è diventata lo strumento per restituire quel sentire, quella poesia. Da lì ho iniziato a raccontare anche gli altri gatti: prima quelli di casa, poi quelli che vivono accanto ai loro umani, e infine quelli liberi, quelli che abitano Venezia o che “lavorano” nei negozi. Il gatto è il mio soggetto, sì, ma è anche un pretesto per parlare di relazioni, di luoghi, di indipendenza. Ogni scatto è un dialogo silenzioso tra il mondo felino e quello umano.


Ti affidi sempre alla spontaneità del momento o c’è del pensiero dietro la scelta delle situazioni in cui decidi di fotografarli?


Direi che è un equilibrio. Per quanto riguarda gli scatti, amo la spontaneità, la fotografia di gatti richiede rispetto: non voglio mai forzare la loro natura. Non cerco pose, non chiedo nulla che non arrivi da loro. Allo stesso tempo, i progetti invece nascono da una ricerca, dalla curiosità e l’ascolto. Per Cats in Venice, ad esempio (ma anche per C-at Work) ho raccolto segnalazioni e indicazioni dai residenti e dai gruppi locali. Volevo capire dove vivono i gatti, e poi ho aggiunto anche le loro storie, dei gatti stessi e di chi li accudisce, come si intrecciano le loro vite con quelle delle persone. Poi, quando finalmente arrivo in un luogo e trovo il protagonista felino, lascio che sia il momento a guidarmi. Osservo, aspetto, respiro. E quando il gatto decide di concedersi, allora scatto.


Che tipo di attrezzatura utilizzi? 


Ho iniziato il mio percorso con una Sony e resto fedele a questa marca: mi accompagna fin dagli esordi. Dalla piccola Alpha 6000 sono passata alla A7, fino alla mia attuale A7iii. 


In fase di post-produzione in che modo intervieni sulle immagini?


Scatto sempre in raw, e in post-produzione lavoro principalmente sulla conversione in bianco e nero. È un passaggio che amo: mi sembra che il bianco e nero purifichi l’immagine, togliendo ciò che distrae e restituendo l’essenza. Il colore, per me, spesso “urla”; il bianco e nero invece sussurra, invita ad avvicinarsi. Venezia, con la sua grazia antica, merita questo tipo di linguaggio: sobrio, elegante, senza tempo.


In quest’era digitale, del truecolor, cosa affascina ancora oggi del bianco e nero? E perché è così predominante nella tua fotografia?

 

Il bianco e nero, per me, è una scelta d’anima. Ha un potere evocativo unico: toglie il superfluo e lascia spazio all’essenziale. Penso a Venezia come a una signora elegante, dal fascino discreto: il colore la renderebbe chiassosa, mentre il bianco e nero la restituisce nella sua vera essenza, sospesa tra acqua e pietra, luce e ombra. In questa scala di grigi, il gatto emerge come protagonista assoluto, ma anche come simbolo di libertà e di mistero. È un modo per unire tutti i miei progetti in un unico respiro visivo e poetico.


Nel salutarti, puoi indirizzarci ad un portfolio online dove è possibile vedere i tuoi lavori recenti?


Certo! Sul mio sito ufficiale mariannazampieri.it trovate una selezione dei miei progetti, in particolare Cats in Venice, con tante fotografie e racconti che nascono dalle mie passeggiate veneziane. Cats in Venice è anche diventata una collana di libri con all’attivo 4 volumi, acquistabili dal sito. E poi ci sono i miei canali social — su Instagram mi trovate come @marianna_catographer, e su Facebook nella pagina Cats in Venice — dove condivido aggiornamenti, incontri, e nuovi frammenti di questa mia continua conversazione con i gatti e con la città.



Intervista a cura di Mirko Morello G. C.

Autrice ospite e crediti fotografici:

Marianna Zampieri (@marianna_catographer)

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