L'INFAME FABBRICA DEI SOGNI
- lachanceria
- 29 set 2025
- Tempo di lettura: 4 min
rubrica: REFLUSSI DI COSCIENZA
Cosa differenzia un manufatto artigianale da uno industriale?
Sembra una domanda banale, o retorica, ma nella sua semplicità racchiude più di quanto possiamo aspettarci.
I giapponesi ci insegnano ad amare l'imperfezione della vita, e noi di questo concetto ne abbiamo fatto un prodotto commerciale e industriale. Ciò che ha caratteristica industriale è perfetto, non presenta alcun difetto. Non che le macchine non commettano errori o non si abbandonino anch'esse a qualche sbaglio, ma tutto ciò che presenta imperfezioni viene scartato.
Quindi ciò che è industriale è identico a un altro che a sua volta è identico a un altro, e così via. Non c'è differenza, tutto è uguale, piatto, omologato.
Poi certo, l'inganno della cosiddetta "personalizzazione" stimola, in maniera effimera e superficiale, la fantasia e la creatività per buona pace di chi crede di compiere un atto di espressione quando si sta limitando a un atto di obbedienza.

Quando i sogni erano artigianali
Un tempo i sogni erano prodotti artigianali, costruiti in maniera rudimentale, a volte posticcia, spesso con materiali di scarto, ma erano frutto di estrema fantasia. Non c'era nulla di più personale.
Su mille bambini che volevano andare sulla Luna, non ce n'era uno mosso dalle stesse motivazioni dell'altro, e l'ipotetica realizzazione era sempre diversa e innovativa.
In fondo si può andare sulla Luna per vedere la Terra da un'altra prospettiva, per scoprire cosa c'è sul lato che non vediamo, per verificare se una bandiera lì può sventolare, per controllare se è vero che è il paradiso dei cani che lasciano il piano terreno, per ascoltare i Pink Floyd sul lato oscuro della luna, per cercare gli alieni, per poter mangiare schifezze senza il problema di prendere peso, per vedere la Coca Cola fluttuare in assenza di gravità... e potremmo continuare per ore, forse giorni.
I sogni un tempo si differenziavano tra loro per intensità, forma, colore. Ascoltavi il sogno di qualcuno e scappava sempre una risata: per la sua assurdità, per qualche dettaglio particolare, per l'incredibile capacità che il cuore ha di esaltarsi quando desidera.
La standardizzazione dei desideri
Oggi invece i sogni li crea la mente, e spesso quando li ascolti ti scappa uno sbadiglio: tutti uguali e standardizzati. Anche le personalizzazioni sono preconfezionate e prevedibili. Non sono quasi mai frutto di un desiderio personale, ma sono imposti da convenzioni sociali e servono a rafforzare lo status e quindi l'ego nelle sue accezioni negative.
Siamo passati da una produzione artigianale dei sogni a una produzione industriale. Da signori del nostro cuore a vassalli della manipolazione mentale altrui.
Ma non è questo il problema. Fin qui è la triste fotografia della situazione che viviamo. Basterebbe per una sovversione pacifica sociale, per una rivoluzione culturale, per una disobbedienza civile continuativa, per far nascere nuove filosofie, ideologie politiche e religioni, ma non sappiamo neppure cosa sono tutte queste cose.
Noi protestiamo per ciò che va di moda, scendiamo in piazza per la guerra che fa più like sui social ignorando tutto il resto. Non mi sento in grado di affrontare questo argomento: mi manca lucidità di pensiero e serenità di emozione.
Le promesse di felicità
Il problema che voglio affrontare con questa riflessione – o reflusso di coscienza, che come espressione almeno mi mette di buon umore – è l'infamia alla base della fabbrica dei sogni che è stata messa in piedi da questa società malata.
Già viviamo in un contesto che, come abbiamo ampiamente detto, manipola, omologa, appiattisce e annienta la personalità, e lo fa oltretutto in maniera subdola e ipocrita.
La nostra società si basa sulle cosiddette promesse de bonheur.
Il concetto di "promessa di felicità" si riferisce alla capacità di associare l'acquisto di un prodotto o servizio al raggiungimento del benessere, del successo e di esperienze positive, soddisfacendo i desideri impliciti del consumatore. Questa strategia di marketing non si limita a informare, ma mira a persuadere il pubblico creando un legame emozionale che lega la soluzione pubblicizzata a un futuro idealizzato, dove i problemi vengono risolti e i sogni si avverano.
Quindi il sogno è generato da una promessa in cui il futuro sarà migliore del presente, e il legame emozionale si basa sul trarre giovamento dall'idea, non dalla sua realizzazione, tendendo all'infinito questo bisogno di "sperare" sempre qualcosa in più, non godendo di ciò che si ha o che via via si realizza.
Così sei più felice mentre guardi la rivista delle auto, quando vai a sceglierla, quando le provi, piuttosto che quando la stai guidando, perché in quel momento ne stai già "sognando" un'altra.
L'infamia del nulla
Ma l'infamia è che siamo arrivati a promesse che non potranno esaudirsi, che si basano sul nulla.
Dal trovare il lavoro dove guadagni mentre dormi e puoi lavorare dal Turkmenistan, al diventare cantante anche se sei stonato, famoso e virale con cinque regolette semplici semplici, uno chef perché segui qualche canale di cucina sui social, scrittore perché hai frequentato i corsi online di qualche tizio, o la regina Frozen perché hai comprato un congelatore nuovo.
I sogni sono qualcosa di sacro che arriva da un piano superiore al nostro: sono Numi, Dei e Idola a cui dovremmo portare rispetto, e dovremmo portarlo anche a noi stessi.
Il bello dei sogni è che possono diventare desideri, entrare nel nostro piano materiale e, con sudore, sangue e sacrificio, possono realizzarsi. Perché il bello delle promesse non è quando si avverano, ma fare di tutto affinché vengano mantenute, anche quando è difficile, anche quando non ci si crede più con la testa, ma c'è ancora qualcosa nel petto che ci muove.
La logica del consumismo
Nell'infame fabbrica dei sogni, quando tutto è uguale, omologato, le cose si buttano e si sostituiscono, si cambiano senza pensarci troppo. E questa è la base del consumismo.
Se una promessa di felicità viene perennemente disattesa, avremo sempre un sogno pronto e nuovo di zecca per rimpiazzare quello vecchio.
Se fosse stato artigianale, il sogno lo avremmo protetto e mantenuto con più cura.
E forse, chissà, oggi lo avremmo realizzato.
Andrea
Testo di Andrea Stella (andrea___stella)
Fotografia di Canva



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