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LUNA (racconto)

Rubrica: Racconti oltre il velo


“Iside, Signora del firmamento, enunciò:

se i cieli calpesto, la luna ne scroscia.”

Sono esistiti tempi così lontani dei quali si è persa la memoria tranne che per certe vicende, queste sono sopravvissute sulle labbra di chi ne ha custodito le rimembranze e, disgelando misteriose malie dinanzi al focolare, le ha rese immortali.


Splendeva l’astro d’argento nel cielo, i fiumi s’increspavano ed i venti spiravano con tale forza che tutti erano costretti a lasciarsi trasportare dove loro volevano. Ebbene in questa terra fatta di vento e acque selvagge, che a stento seguivano la propria rotta, viveva Luna. La sua immagine allo specchio rifletteva pulviscolo celestiale, per questo motivo, nel piccolo paese dove viveva, si erano persuasi che provenisse dallo stesso astro che ne aveva ispirato il nome.

In verità Ines, la donna che l’allevò, l’aveva trovata ancora in fasce tra gli arbusti che crescevano lungo il fiume Dosa. Accadde sul finire di una giornata estiva mentre la falce di luna, come una culla rovesciata, si affacciava nel cielo. In paese l’amavano tutti, sin da bambina Luna li ammaliò con il suo aspetto che ricordava tanto quello delle antiche fate dei boschi. La bassa statura, la pelle diafana, i capelli neri come piume di corvo e gli occhi di cristallo facevano di lei un dono.

Lo stesso anno in cui luna compì il suo sedicesimo compleanno sul paese si abbatté una terribile siccità. Per tutto l’inverno il cielo non aveva dispensato una sola lacrima e, alle soglie della calda stagione, sulla terra arida, i pascoli e gli arbusti già cedevano all’arsura mentre la terra che si sgretolava volava a raffiche sospinta dai venti. Luna in cuor suo sentiva di dover fare qualcosa, quindi, assecondando l’intuito, tutte le mattine si recava lungo le sponde del Dosa tristemente sprovvisto d’acqua, nell’intento di trovarvi risposte. Qualche giorno appresso fu ritrovata proprio nel luogo dove era solita intrattenersi, priva di coscienza, riversa sull’ alveo in secca.

Per tre giorni, la giovane, con la vita appesa ad un filo, delirante di febbre, si contorse ansimante tra le lenzuola del letto senza mai riprendere conoscenza. Quando la mattina del terzo giorno sfebbrò e schiuse le palpebre, Ines rimase sbigottita nel constatare come i suoi occhi chiari avessero assunto lo stesso colore delle ombre di un baratro, occhi improvvisamene capaci di guardi saggi, cupi e selvaggi. Dunque, la giovane, chiese con insistenza di essere condotta presso il fiume per potersi dissetare. Scettici, gli amici più cari che erano accorsi al suo capezzale, si ritrovarono incapaci di negarle tale desiderio, pur sapendo in quali condizioni versasse il Dosa. Quindi l’accompagnarono ma, straordinariamente, dall’alta montagna, un torrente ricco e gorgogliante si gonfiava sino a ricoprire nuovamente le sponde del fiume. Naturalmente, tutti gli abitanti del borgo, accorsero sul posto, e come accade in queste circostanze, la storia di Luna si sparse nei paesi limitrofi fino a giungere nelle grandi città. Il piccolo paese divenne meta di pellegrinaggio per tutte quelle persone che desideravano vedere, anche solo per un istante, la ragazza fautrice del miracolo. Ma Luna, intimorita da tale clamore, dopo qualche tempo, decise di lasciare la sua casa. Negli anni successivi l’accaduto, si sentì ancora parlare di certi prodigi legati alle acque ove risiedeva una giovane donna dalle medesime sembianze di Luna: in quei luoghi, tutt’ora, viene ricordata col nome di Signora delle acque ma, per gli abitanti del piccolo paese, la sua storia ha continuato a tramandarsi di madre in figlia, non alla medesima stregua di una effimera leggenda, ma certe che un giorno, l’erede del luminoso astro notturno, vi avrebbe fatto ritorno.


Testo di Tamara Barbarossa (@tamara_barbarossa)

Illustrazione di Barbara Aimi (@aimi.barbara)

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