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MOLCHER - quarto capitolo

Rubrica: Racconti oltre il velo

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Dicembre


La cima di un pino sporgeva appena al di sopra del cumulo coperto di bianco. I ramoscelli sembravano ricami neri sulla spessa coltre, mentre le fronde ricurve si genuflettevano sotto al peso consistente della neve. 

Il gelo aveva deposto l'enorme mantello sulla terra rendendo immobile il paesaggio, ogni ramo, ogni frasca. 

Nulla più si muoveva, nulla più appariva in vita.

Intanto il vento gonfiava le ali in folate che fischiavano tra i tronchi spogli dal verde, insinuandosi tra le fredde pietre della tomba che, al suo primo inverno, si ergeva tetra appena sopra lo specchio dello stagno ghiacciato. 

Le orecchie sepolte al di sotto non udivano che un continuo e profondo silenzio da giorni, l’accampamento era stato smantellato lasciando indietro chi non ce l’aveva fatta.



“Questa pioggia ghiacciata è davvero insopportabile… viene giù come aghi di pino, trafiggendo ogni cosa!”


Molcher certamente si sarebbe lamentato di un simile flagello e lo avrebbe fatto notare anche ai suoi compagni mentre a fatica attraversavano la valle ghiacciata sui stanchi destrieri affamati. Ma mentre lui era rimasto indietro, l’armata avanzava verso terre più calde ove l’attenzione di ogni Re o Papa dell’epoca confluiva.

A quel tempo, invece, le carni di Molcher venivano via come corteccia strappata da un albero, rivelando lo scheletro di morte. Il cavaliere, fatalmente ferito, non era sopravvissuto all'asprezza del primo gelo invernale. 

Una triste mattina di novembre, la donna fulva dallo sguardo tenebroso, senza sorprendersi poi tanto, ne aveva scoperto il cadavere emaciato steso sul pagliericcio. E prima ancora che il campo venisse smontato, si era ritrovato sotto al peso schiacciante di una montagna di terra fangosa. Fra le dita irrigidite dal rigor mortis stringeva la sua spada da combattente, cimelio di famiglia, ed il quaderno di cuoio dove annotava i suoi più intimi pensieri. 


In vita Molcher era stato un giovane disilluso, come anche cavaliere del Re, ma quei giorni apparivano ormai lontani e certamente, riflettendoci, non avrebbe saputo spiegare che cosa questo avesse significato realmente per la sua esistenza. Si dice che l’anima a quel punto del trapasso si ritrovi connessa al tempo e allo spazio infiniti, che  non si occupi più di piccole questioni terrene: tutti i nostri affaccendamenti e i nostri patemi, allora, risultano aridi quanto l'umano senso di morte.


Innogen, la donna fulva, in compagnia del cavallo Gringalet, si recavano spesso al tumulo. La megera portava con sé un lungo filo d’edera che andava man mano ad aggiungere agli altri, annodandolo e intessendolo alla croce cristiana che svettava sulla tomba. In poco tempo questa era sparita, tramutata nel simbolo pagano di guarigione. Gringalet invece non era più smilzo come ricordava il suo nome. La sua criniera fluente e lucente ondeggiava ad ogni movimento, gli occhi scintillavano di intelligenza profonda e le gambe robuste e muscolose erano la prova di una rinnovata potenza. Nitriva, nitriva forte sulla tomba del suo padrone, e con lo zoccolo duro batteva sulla terra: era un potente richiamo alla vita.  


Sotto la soffice coltre di neve, una verdeggiante coperta di muschio ricopriva la lastra di Molcher. Un'inaspettata crepa nel terreno si feceva strada fino al suo cadavere, come fosse stata guidata dalla voce di Innogen che, in superficie, salmodiava antichi inni.  

Così, in breve, il muschio intaccò la spada, il cuoio del diario, le concavità oculari ma, ancor meglio, attecchì sul suo cuore rattrappito ricoprendolo di vellutata peluria color verde smeraldo.


21 Dicembre, anno del Signore


Un lieve sentore di frutta marcita solletica le mie narici, ricordo di averla vista per giorni sul tavolo dove non sono più riuscito ad arrivare, nonostante la fame ed il freddo ho dormito, un sonno profondo, da cui non riuscivo  a scuotermi. Ma ora, più che frutta andata a male, mi pare si tratti di un antico aroma di legna umida, forse pietra, oppure qualcosa di smosso nel terreno. La lingua è pesante, sa di metallo tagliente come la lama di una spada, di morte agognata; eppure, impalpabili, sento i battiti dentro al petto, frusciano come una farfalla intrappolata sotto un lenzuolo. 


Dicono che la casa dell'anima sia coperta di muschio, così lo è anche il mio cuore.


Quarto comandamento della cavalleria

“Amerai la terra in cui sei (ri)nato”


Dal diario di Molcher, cavaliere dal cuore di Muschio.



Testo di Tamara Barbarossa (@tamara_barbarossa)

Illustrazione di Barbara Aimi (@aimi.barbara)

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