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MOLCHER - settimo capitolo

Rubrica: Racconti oltre il velo

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Marzo


La folla si accalcava intorno alla carovana, le carrozze erano due grandi gabbie di legno trainate da muli. Le sacerdotesse accalcate all’interno indossavano tuniche rozze e scure, i capelli nascosti da un monacale velo nero. Di tutto ciò che erano state un tempo, del loro candore spirituale non rimaneva alcunché. Gli occhi erano cerchiati ed emaciati, si poteva intuire che non mangiavano e bevevano adeguatamente da settimane. Avvicinandosi ai carri si poteva persino percepire l’odore di umanità, tutto faceva intendere che nel frattempo del viaggio non erano mai uscite da lì dentro.

Una di loro teneva tra le mani un cero, lo proteggeva col suo stesso corpo avvicinandolo al ventre. Molcher ne rimase incantato, gli tornarono alla mente le parole del prelato un mese prima, la notte della candelora:

<<...la luce verrà amorevolmente nutrita dal gestante grembo di una donna…>>

Si sentiva ancora incredulo dinanzi a questi piccoli segnali che, in qualche modo, fornivano risposte concrete alle sue domande. Si era distratto un attimo e, proprio come accade coi bambini incontrollabili, Ivor era scomparso, immerso tra la folla. L'idea di studiare la scena e pianificare insieme una fuga era appena saltata in aria! Il cavaliere cercò di ritrovare il suo compagno facendosi strada tra la folla che incitava le donne segregate. Le chiamavano figlie del serpente, spose del diavolo o prostitute, se andava bene lanciavano loro della verdura, sassi nel peggiore dei casi.

La Madre Badessa osservava dal campanile, alcune monache dietro di lei ne incorniciavano l’esile figura. Malachia si dispose al centro della strada in groppa al suo cavallo e con voce possente pronunciò la sua richiesta alla superiora:


“Madre immagino che il mio nome le sia noto nonostante questo sia un remoto luogo di preghiera poco frequentato. Stanze che solamente Dio e le pie donne come lei possono attraversare.”

Il prelato si interruppe sperando in un cenno d'assenso da parte della sorella, ma la Badessa continuò a guardarlo in silenzio spingendo Malachia ad ulteriori giustificazioni che potessero porre in buona luce le sue azioni.

“Io sono il vescovo  Malachia, messaggero di Dio, e non sono così oscuro come ingiuriano i menestrelli del paese. Dicono che del biasimo non esista fine, come invece lo è per la lode! Ma è solo grazie  al mio intervento che l’oscurità di fede e di valori vede ora una pallida alba. Affinché la notte tenebrosa non debba più tornare, supportato dalla chiesa del nostro Papa…” l’uomo sventolò allora una pergamena che aveva appena estratto dal mantello “Vi domando umilmente di fornire asilo, fra le vostre mura, alle anime impure di queste giovani fanciulle! Sono certo che grazie al silenzio e alla reclusione, oltre all’espiazione dei pensieri peccaminosi coi metodi che riterrete più opportuni, un giorno potranno chiedere la grazia del perdono al Signore Dio Nostro!”


La badessa non rispose, ma sparì dal campanile come anche le monache. Sebbene il vescovo non avesse ottenuto il consenso fece aprire la prima gabbia. Le ancelle scendevano in ordine, con le mani legate, dirigendosi verso il portone. Quelle che tentavano la fuga venivano quasi subito riacciuffate dagli armigeri oppure bloccate dalla folla in delirio. Le costringevano a salire su di un piccolo palco di legno, in seguito sarebbero state vendute come schiave.



Sul grande portone d'ingresso si aprì una piccola finestrella, gli occhi scuri della Madre Badessa si affacciarono, continuavano ad osservare la scena senza decidersi se aprire o meno al vescovo. In seguito avrebbe certamente dovuto rendere conto del suo atteggiamento alla chiesa, d'altronde il vescovo iniziava a innervosirsi, ma non sapeva quanto fossero intorpidite le mani della Badessa, soprattutto ora che, dinanzi all'ingresso, avevano persino preso a fremere. Solo lei sapeva cosa questo significasse,  presto un essere toccato dal divino si sarebbe palesato. Non era la prima volta che interveniva in soccorso di tali eventi e non sarebbe stata l'ultima. 

Al pari di una freccia impazzita Ivor emerse dalla folla, teneva in mano un coltellaccio, si avvinghiò alle sbarre della carrozza ancora chiusa e con la punta affilata prese a far leva sulla serratura. La Sacerdotessa con in mano il cero si lanciò verso il giovane urlando, invocava la sua Signora, al contempo pregava disperata Ivor intimandogli di fuggire. Molcher interruppe immediatamente la ricerca, il cuore muschioso rimbombò come un tamburo nel petto a causa dell'imprudenza del ragazzino, immaginò che tutti potessero sentire il suo battito anche perché diverse persone si erano volate a guardarlo.

Due armigeri nel frattempo avevano affiancato Ivor tentando di strapparlo alla catena, ma questa alla fine cedette spalancando la porta. Il cavaliere non perse tempo e si fece largo superando la folla mal che poteva. Nel frattempo il bastone pastorale di Malachia svettò alto in cielo per poi ridiscendere subito dopo, con forza, sul cranio del ragazzo che si accasciò al suolo privo di sensi. Lympha scese frettolosa dalla carrozza gettandosi sul fratello, Nel salto verso il suolo il velo si impigliò permettendo alla chioma fluente dei suoi capelli di sgorgare libera come l’acqua di una sorgente. La fiamma della candela si spense e la coppa intarsiata di smeraldo rotolò sullo sterrato sfuggendo alla sacca di Ivor. Il verde delle pietre apparve così luminoso da propagarsi nell’aria circostante, riflettendo ogni cosa.

Malachia, sulle prime stupefatto, ci impiegò solo un attimo a comprendere la portata degli eventi che gli si presentavano davanti, la coppa discerneva da tutto il resto. Si mosse, ma venne anticipato da Molcher che sfoderò la spada frapponendo una notevole distanza fra il presule e i due fratelli.

Il vescovo rise divertito, il suo volto si presentava più segnato rispetto a quanto lo ricordasse Molcher, le rughe che solcavano il volto erano profonde, simbolo di intrighi e segreti che l’uomo aveva coltivato negli anni. Gli occhi grigi e freddi di Malachia, invece, squadravano lo strano essere che s’intrometteva tra lui e la coppa.


“Cavaliere credo che la vostra spada si trovi dal lato sbagliato della storia, non trovate? Avete fatto un giuramento!”

“Avete ragione vescovo e lo mantengo… ho giurato a Dio di difendere ogni debole!”

Detto questo slacciò istintivamente il mantello facendolo scivolare a terra. La sua mortalità si mostrò terrificante, fino a quel momento non aveva mai pensato di utilizzarla come scudo. Sentì le ombre dell'oltretomba emergere in lui potenti, era un tramite fra i due mondi. Tutto ciò che la mente umana rifuggiva dalla notte dei tempi si era improvvisamente palesato, qualcosa che pochi erano in grado di comprendere e accettare.


Le sacerdotesse e le ancelle, ancora imprigionate, si schiacciarono in fondo alla cella spaventate e ammutolite dalla scena. Nessun urlo o sibilo graffiò l’aria, s’intese solo un clamoroso remistìo di piedi in fuga, i presenti abbandonarono il luogo cercando riparo tra la selva del bosco, compresi gli armigeri, non si era mai sentito che qualcuno fosse riuscito a sconfiggere la morte.

Un polverone si sollevò dal selciato facendo lacrimare gli occhi del presule che comunque non si mosse. Il grande portone del convento a quel punto si spalancò e la voce della Badessa li raggiunse:

“Presto, entrate!”

Molcher rimase immobile, vigile ad ogni mossa mentre Ivor si rialzava sulle gambe malferme sorretto dalla sorella. Ora un unico dubbio lo attanagliava, la via era segnata e i giorni in solitudine finiti. Doveva solo decidere se correre nel bosco braccato dal Vescovo o rifugiarsi nella fortezza. Attese un segnale, anche minimo, che gli indicasse il da farsi. I capelli di Lympha ondeggiavano nell’aria come le fronde del grande salice incontrato nella valle delle ombre, lei era il suo cammino lo sentiva, ma ancora non sapeva a quale dei due mondi erano destinati.

“Cavaliere, so che tentennante sperando che la soluzione migliore vi appaia chiara in quel cranio spelacchiato… immagino anche privo di cervello visto il deterioramento del vostro corpo, quindi vi offrirò io una scelta, la più semplice per un uomo che ha già attraversato la valle oscura!”

Malachia manteneva il suo bastone in posizione orizzontale, pronto a schivare i fendenti della spada di Molcher.

“Datemi la coppa è vi lascerò fuggire nel bosco! Vi assicuro che non vi verrò a cercare, voi avrete la vostra via da percorrere ed io la mia!”

“Non toccherete mai la sacra fonte con le vostre mani fetide!” intervenne Lympha determinata. La sua voce fluiva appassionata come le acque di un fiume sulle rapide. Molcher la sentì, sentì la stessa acqua straripare in lui gonfiando il muschio spugnoso,  in quel momento seppe di non aver bisogno d’altro. Indietreggiò di qualche passo senza abbassare mai la guardia, tenendo lo sguardo fisso sul bastone del vescovo, s'inchinò ed afferrò la coppa che per la prima volta veniva sfiorata da mani non consacrate alla Signora. Ivor e Lympha si strinsero alle sue spalle e insieme indietreggiarono fino a superare la soglia del monastero.

“Siete in gabbia, Cavaliere!” urlò Malachia mentre le porte si richiudevano. Sapeva che un lungo assedio di trattative lo attendeva, ma alla fine avrebbero ceduto, in fondo si trattava di un uomo prossimo alla morte e una manciata di monache!

Ivor, stando bene attento a non toccare la coppa, fece calare il sacco su di essa, lo serrò per bene e lo consegnò alla sorella. Le monache osservavano la scena sbigottite, Lympha non toglieva gli occhi di dosso a Molcher, il cavaliere si sentiva nudo senza il suo mantello.

“Presto cavaliere mi segua!” La Madre Badessa li lanciò una coperta fra le braccia affinché si coprisse. “Sorelle conducete all’interno le giovani fanciulle ed il ragazzo!”

Le monache terrorizzate dall’aspetto dell’ospite eseguirono gli ordini senza perdere tempo, a Molcher non rimase che lasciar andare la visione di Lympha e seguire la superiora che gli rivolse nuovamente la parola: “Mi creda è per il suo bene!”


Oltrepassarono il chiostro ed il giardino di rose, imboccarono una porta che fino a quel momento era stata chiusa con una grossa catena, scelsero su dei gradoni, lastroni che tanto ricordavano quelli dei suoi sogni, umidi, scuri e muschiosi proprio come lui.

“Prego entrate!”

La Madre Badessa indicò una stanza buia, ma non appena Molcher varcò la soglia la superiora chiuse la porta dietro di lui. Il cavaliere senti sferragliare un chiavistello e la superiora ripetere una seconda volta… 

“Mi creda è per il suo bene!”


Poi sparì, risalendo per le scale a grandi passi.


12 Marzo, anno del Signore


Necessità. 

La necessità mi spinge verso il cammino col giogo al collo, volente o nolente dovrò attraversare quella valle di morte e giungere fino alle acque malsane dello stagno ove rifletterò la mia immagine. Solo in questo modo l’Ombra che mi alberga dentro avrà vita, non appena l'avrò riconosciuta, nel momento in cui le darò un nome.

Quando provi ad eludere la necessità, soffri nella carne o peggio smarrisci il corpo della tua immaginazione. 

Uno dei modi con cui la necessità vincola l’anima consiste nell’incatenarla al corpo attraverso certe formule magiche, epanankes le chiamano. 

Dannata sia Innogen e il suo desiderio di riscatto, ha scelto in mia vece la dannazione eterna! 


Settimo comandamento della cavalleria 

"Difenderai ogni debole"


Testo di Tamara Barbarossa (@tamara_barbarossa)

Illustrazione di Barbara Aimi (@aimi.barbara)

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