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Sofia


Non avanzavano ancora frasi, in quella mattina. Era vispa e malinconica. Aveva iniziato a svegliarsi già da un paio d'ore, incolonnandosi ai meccanismi quotidiani che trovavano traffico fin dalla cucina. I motori del vento si spegnevano fra le tende, incastrandosi con i raggi del sole di aprile dove già i gigli fiorivano in strada, dirimpetto al mare che inorgogliva casa sua. 

Sullo zerbino dell'ingresso il gatto rosso arrotolava le zampe fra la coda, fingendosi stanco e bisognoso di riposo. Nel retro, invece, la cassapanca custodiva arnesi da giardinaggio in attesa che la primavera spodestasse dal suo trono la stufa sempre accesa.

Appena scesa dal letto Sofia aveva processato gli sbadigli uno ad uno, giungendo al sottosuolo dei brutti sogni dove si vanno a nascondere gli stati d'animo intolleranti alla luce. Le si chiuse un silenzio attorno al collo, abbottonato alla camicia di lui che le ricordò la sua gentilezza nello sbucciare le fragole per la macedonia, durante la cena precedente, in leggero anticipo sul dessert al cioccolato.

Si allentò il palato e ingurgitò un respiro.



Il resto venne dopo.

La memoria era una cosa che la riguardava da vicino, pure troppo, mentre con attenzione si aggirava per casa controllando che il timer della vita non suonasse di colpo, spaventandola.

Sofia aveva puntato la sveglia ormai da qualche mese su ritmi che credeva di reggere, ma si era sbagliata. Non di grosso, appena da sentirsi straniera a certi orari e a certe consuetudini, come se i compiti svolti dal tempo le sfuggissero di mano per esplorare passaggi diversi.

Allora le regole la rendevano docile e, oltrepassarle, le dava coraggio. 

Si proponeva, ogni mattina, di raggiungere una quota sufficiente di parole e di fatti, ma spesso ne disattendeva il conto.

Proprio quel giorno non erano ancora avanzate frasi.

Eppure le ore avevano percorso metri, oggetti e pensieri ma, per avanzare, serviva scrivere.

Così, scrisse.


Ti propongo un patto.

Tu non mi cerchi.

Io non ti cerco.

Se l'affare è fatto, smetteremo di sentirci un rimprovero continuo.

Sotto forma di interesse.

Sopra forme d'educazione.

Promettiamoci frasi che non inizino con i 'non'.

Se c'è una ferita, nemmeno la sento allargarsi.

Così lungo è il periodo.

Pensami.

Ti penso.

Ma la verità non appartiene, non si detiene, non vale nemmeno la pena.

Sia che ti dica ciò che intendo, sia che inventi un falso piano.

Se tu mi manchi, è roba vecchia.

Se io mi sporgo, cado a terra.

Dove i gigli fioriscono già in strada.

Quando mi dicevi 'più in basso di così' come ad augurarmi una minor temperatura, forse per una miglior conservazione, sui tuoi punti di sospensione, per evitare che ti chiedessi dell'altro.

Quanta paura ho provato in vita mia.

Non ti preoccupare, dicevo a te.

Hai seguito il mio consiglio, ma non tanto perché ti portasse da me.

Qui, accadono giornate al limite del possibile.

Se potessi raccontartele, non avrei difficoltà a riassumere certe debolezze. 

Tipo quando non mi va di uscire, o di vedere gente.

Non sarebbe stato così, ma così è stato.

Se fossi a tua immagine e somiglianza, alcuni affari sarebbero stati proficui.

Invece appendo, allo scorrere delle mie frasi, il destino.

Tu l'hai conosciuto quand'era ancora in cantiere, da forgiare in centilitri di latte in polvere. 

Hai dimenticato il miele, pomodori e sale, olio sul pane, caramelle alla menta. 

Hai dimenticato i modi di dire.

Io non so più la tua voce.

Esisti, parli, mangi, baci, parti, torni.

Ti bagni in mare, ti asciughi sulla stuoia, ti prepari la cena, ti profumi alla rosa, ti guardi, ti diverti, ti racconti una versione.

Quale?

Non so.

Non so niente.


Così scrisse.

Concluse la marea di quel martedì, senza aspettarsi una qualche conseguenza.

Mercoledì avrebbe avuto la logica, ma a lei importavano gli antefatti. 

Le mani di lui ancora odoravano di fragole e, la cura, l'aveva servita in coppette di cristallo assieme al gelato. Ieri era stata una serata di luna allo champagne al cielo di mirto. Per chi non è astemio, e non si astiene. Avevano approfittato del loro appetito per arrivare alla mezzanotte con un languorino spinto. Ebbri di promesse, contrattempi, progetti, forze, princìpi, fragilità, scomuniche, risorse, calendarizzazioni, rimandi.

Fu allora che la terrazza montò a neve il polline con un colpo d'aria, probabilmente per una finestra lasciata andare. Sofia si affrettò a chiuderla e vide lui, un passo dopo l'altro, abbandonare il cancelletto per distanziarsi dal mondo.

Incontro a lei.

La prese sottobraccio che le lacrime compirono lo stesso volo della pioggia estiva, mitigando i confini dei due volti e restringendo il campo verso la radice del dolore.

Lasciamela, disse lei, non la estrarre. Credeva fosse una spina.

Lui si guardò attorno e scorse, da lontano e con rispetto, il dialogo del pomeriggio lì ad asciugare sul tavolo.

C’era molto più che una pagina scritta. Forse una vita, l'inizio di una prima volta.

Fortuna che ti ho incontrata, Sofia, le disse poi.

E si baciarono per sempre.



Testo di Rossana Orsi (rossana_orsi)

Fotografie di Filomena Cocchia (filomenacocchia)

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