STRANA MEMORIA
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rubrica: Ariagard’s Tales Racconti di una naturalista in viaggio nelle quotidianità
Esco in giardino, in casa c’è troppo rumore tra papà che guarda il match e mamma che aggiorna lo zio su ogni pettegolezzo di paese. Dovrebbe venire a trovarci più spesso così non passerebbe le prime quattro ore a sorbirsi le sue chiacchiere. Sbatto il cuscinone del divanetto per allontanare i potenziali artropodi e mi siedo appoggiando i piedi sul tavolino. Tanto mamma è impegnata e non uscirà per stasera... Troppi pollini e “ragni volanti” per i suoi gusti. Alzo lo sguardo alla lampadina e individuo tre sirfidi ed una falena svolazzare sul soffitto, pronte a terrorizzarla. Chissà se vedrò qualche lucciola? Mi sporgo verso l’interruttore e spengo la luce. Molto meglio. Il buio mi acceca e il cuore fa quel cambio di ritmo che mi rilassa. Tra poco sorgerà la Luna dal monte delle pecore e sarà bellissimo. Mi metto comodo, l’arrosto era buonissimo ed ho decisamente esagerato, lo fa così poco spesso che ne approfitto troppo quando c’è. Pressappoco combacia con l’arrivo dello zio.
La porta cigola, un passo lento fa scricchiolare le assi, niente suole, la porta si richiude silenziosa: zio Davide. Gli altri in casa la sbattono, in particolar modo quando ci sono io, per farmi destare pensandomi assorto. Zio si avvicina e appoggia piano due tazze fumanti sul tavolino, ben distanti dalle mie gambe.
“Camomilla e finocchio.” Sospira e si siede al mio fianco facendo scricchiolare il vimini. Gli faccio spazio, è un po’ stretto per due persone. “Pensare che ti addormentavi appoggiato alle mie cosce.”

Già, lo zio è particolarmente caldo e il suo femore sembrava fatto apposta per farmi calmare.
Zio sbuffa, il suo modo di ridere piano. Si appoggia un po’ storto, solleva una gamba e appoggia il piede infilato in uno di quei buffi calzini natalizi sopra il cuscino. Alza le spalle “Mica ho le scarpe!”
Gli sorrido. Da quando nonna è morta ci si è messa mamma nel ruolo del gendarme che deve dare decoro alla casa. Decoro a cui io e zio Davide contravveniamo alla prima occasione.
“Prima a cena hai accennato alla verifica di scienze. Com’è andata?” Zio dà un’occhiata alla tazza e fa una smorfia. “Perché mia sorella deve sempre scaldare l’acqua in modalità vulcano?” Ecco la domanda di riserva. Zio lascia sempre la domanda di riserva per gli argomenti potenzialmente scomodi, ma oggi non la userò. Forse confrontarmi con lui è il modo migliore per capire cosa fosse successo questa mattina…
“Il supplente di Scienze è riuscito a rendere comprensibile una verifica di chimica.” Prendo fiato. “Ero bravo in Scienze l’anno scorso, ma quest’anno al liceo i voti vanno a rotoli.”
Zio allunga la mano verso la tisana ma ci ripensa.
“Come mai secondo te?”
“Semplifica troppo e non mi fa capire. Vuole che ci ricordiamo concetti sparsi e dice che intervengo con domande fuori luogo.” Un groppo mi stringe la gola, chiudo gli occhi e prendo fiato sperando non mi si blocchi a metà. La mano calda di zio si appoggia alla mia spalla, apro gli occhi, mi scruta senza fretta. E’ senza occhiali. “Ma per me… sono domande coerenti. Se provo a spiegare lei mi zittisce e chiede di non distrarmi…” La mano di Zio stringe la spalla e anticipa le mie lacrime. Perché devo essere così?! Chino il capo per abitudine anche se so che con zio posso piangere, a scuola mi trattengo ogni volta quando non riesco a spiegarmi. Nell’oscurità verso il fosso balugina una lucina verde. Una lucciola.
“Il supplente invece cos’ha fatto?”
Giusto, il supplente. Sì, volevo parlargli di lui. Prendo un respiro e l’aria passa meglio di prima, la mano dello zio è incoraggiante.
“Lui sembra ci tenga davvero." Tendo il braccio verso la tisana ma la ceramica è ustionante, ci si potrebbe sciogliere dentro l’anello di Sauron. Zio allenta la presa e prende con cautela la sua tisana. "Alla verifica non mi ricordavo il nome di uno ione, ma lo sapevo! Me lo ricordavo da lezione. Mi veniva ammonio ma sapevo che non era quello. Lui aveva appena aiutato una compagna e…” e come l’aveva aiutata! “Insomma, ci ho provato: gliel’ho detto che mi pareva fosse lo ione ammonio e che sapevo fosse sbagliato.” Zio si mette a soffiare sulla tisana tenendola cautamente per il manico della tazza e fissandone il contenuto. “Il prof anziché schernirmi, come faceva l’altra, mi ha detto che mi stavo confondendo perché…” stento ancora a crederlo “…i due nomi facevano rima.”
Zio Davide smette di soffiare e mi guarda.
“E ti sei ricordato?”
“Sì.” Annuisco. “Era lo ione idronio. Mi ha aiutato con un suggerimento assurdo!”
“Sai che la metrica delle parole e le rime sono state usate per millenni dall’umanità per ricordare le cose?” Ha ragione. Annuisco, l’epica è scritta tutta in versi.
“Ma io non ho mai imparato le cose a memoria! Mi ricordavo l’assonanza e la storia, poi raccattavo le parole più adatte in base a quelle che ricordavo…”
“Ragioni così. Non c’è niente di male. E il prof lo ha capito.”
“Ma insegna Scienze! Mica italiano!”
“E allora? Io ho studiato giurisprudenza ma vendo corsi di formazione!” Una goccia di tisana gli cade addosso e zio sussurra una bestemmia in dialetto, sia mai che mamma esca per rimproverarlo. Appoggia la tisana e impreca di nuovo. Una lucciola ci passa in mezzo e ci fermiamo ad osservarla, è sempre una magia. L’aria profuma di gelsomino. Quante api ci gironzolavano intorno oggi pomeriggio!
“Senti…” Lo zio toglie il piede dal divanetto e stiracchia le gambe sul tavolino con un gemito, i nostri piedi si sfiorano “…la tua compagna invece come l’ha aiutata?” Chi? Ah sì, Lucrezia.
“Era nel panico perché non trovava le risposte sugli appunti. Continuava a lamentarsi che la verifica era troppo difficile.” Aspetta, forse zio non sa come funziona. “E’ ADHD e può tenerli con sé durante la verifiche.”
Mi aspetto che zio replichi, invece se ne sta a fissare la campagna, con la testa alle mani intrecciate dietro la nuca e il gomito a pochi centimetri dalla mia tempia. Un chiarore si intravede nel cielo a est, la skyline del monte delle pecore si fa più netta. Sono sicuro che dopo zio sarà ben contento di farsi un giro a vedere le stelle dal campo.
“Quegli appunti le dovrebbero servire come gancio, vero? Per ricordare.” Ricordare… Non esattamente.
“Lei ha un deficit dell’attenzione che non le permette di ricordare le cose.” Zio emette un mugugno di disappunto, non è convinto. “Su quegli appunti non c’erano le risposte a quelle domande…”
“Cosa è successo che ti ha colpito?”
Sto trattenendo il respiro, zio lo ha capito prima di me come mi fa sentire questa cosa.
“Non volevo origliare, ma mi stava davanti.”
“Hai le orecchie, non è un male sentire. Va avanti.” Zio ha ragione, non devo giustificarmi con lui, lui non mi dice che mi impiccio degli affari altrui.
“Lei aveva scartato due ipotesi su tre di una risposta multipla, ma la terza non corrispondeva a quanto presente sui suoi appunti ed era andata in panico.” Prendo fiato, zio si volta a guardarmi, mette le mani in grembo e respira per me. “Ha urlato in faccia al prof che non si poteva ricordare… E il prof non se l’è presa. Ha detto con calma che lei stava ragionando per esclusione, che era un altro modo per capire quale fosse la risposta giusta. Le ha detto di fidarsi del proprio istinto.” Butto fuori l’aria e prendo fiato. Aveva urlato in faccia al prof e non si era arrabbiato.
“Molto Jedi. E poi..?”
“Ha fatto una faccia sorpresa e ha replicato ‘ho capito!’ Si è messa a fare senza più chiedere e non ha usato nemmeno il tempo in più che ha a disposizione. Non c’erano domande né risposte ambigue. Penso quello ci abbia aiutato molto…”
“E cos’altro ti ha sorpreso?” Zio è davvero bravo a leggermi.
“Che il prof non si è arrabbiato quando Lucrezia gli ha urlato in faccia. Chiunque altro le avrebbe dato una nota.”
“Sapeva che era ADHD, le emozioni in quelle persone possono uscire prepotenti prima di poterle controllare... Soprattutto se messe sotto stress.”
“Come lo sai?” Non lo sapevo. Ecco perché Lucrezia aveva tante note. Zio guarda oltre la mia spalla, mi volto, una lucciola sta danzando dietro di me.
“Ognuno di noi funziona in modo diverso, alcuni più diversamente di altri.” Sbatte lentamente le palpebre e sbuffa, mi sorride triste. Quel sorriso sbieco che mi prega di non fare domande, come quando ero piccolo e mi aveva detto che non potevo salire a salutare la nonna. Solo dopo capii che era morta pochi minuti prima e c’era un gran trambusto di infermieri. Era una serata piena di stelle come oggi.
“Zio, un giorno mi spiegherai?”
“Sì.” Scuote la testa e mi da un schiaffetto sulla coscia. “Ho bisogno di muovermi, ti va di fare due passi a vedere le stelle?” Zio è così prevedibile… o forse sono io quello prevedibile? Annuisco e lui si mette in piedi senza sforzo, ogni tanto non dimostra gli anni che ha. Quanti ne ha? Sono rimasto a cinquanta ma non può essere, mamma ne ha compiuti cinquanta il mese scorso e lui ha sei anni più di lei…
“Zio, forse è meglio che ti metti le scarpe.”
Zio si ferma con il piede a mezz’aria sulle scale.
“Oh, hai ragione.” Si volta con una piroetta e ride. “Vado a mettermele. Ti prendo una felpa?” Sì, poteva tornare utile. Almeno per le zanzare.
“Sì, grazie.”
Zio rientra felpato come un gatto. Le tisane sono rimaste sul tavolino e la sete di fa sentire. Prendo la mia e avvicino con cautela le labbra, è ancora troppo calda.
“Eccoci qua.” Un rumore di plastica mi fa voltare. Lo zio ha in mano una bottiglia d’acqua. “Ho pensato potesse farti piacere.” Gli sorrido e rido. Come fa?
“Prima o poi mi dirai che sei un telepate.”
“No, è logica: ho visto il sale che tua mamma ha messo nell’arrosto e l’acqua che non hai bevuto a cena. Visto che non espelli il sale dai dotti lacrimali come le tartarughe ho pensato che ti servisse introdurre acqua per diluirlo. Bevi e andiamo a caccia di lucciole!”
Rido. Io sarò strano, ma zio mi supera.
Testo di Arianna Gardini (aria.gard)
Fotografia di Canva



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