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LA IANARA – LICIA GIAQUINTO (recensione di Lorenza De Marco)



La memoria germoglia sotto forma di ricordo. Si lega a echi atavici e offre verbo al presente.

Si assapora nel profumo di epoche antiche, addomestica le paure e crea primitivo spazio. I libri riescono a trasmettere storie passate, ed esse risultano intatte e meravigliose.

Un romanzo potente – che riesce a trasportare indietro nel tempo – è La Ianara di Licia Giaquinto, edito dalla Adelphi Edizione. La scrittrice usa un linguaggio asciutto, spezzato da frasi struggenti ed evocative. Ella riesce, mediante uno stile paratattico ma elegante, a calibrare la delicatezza e la forza: è come esser trascinati dalla corrente di un fiume in piena, per poi esser restituiti alla carezza del sole. La Giaquinto trae spunto dalla sua terra – la Campania – e formula una storia dal sapore intenso, acerbo: lascia l’amaro in bocca, sconvolge, fa storcere il naso. La bellezza del romanzo si esplicita, però, attraverso il “sudiciume” narrato: è tramite le contraddizioni umane, gli errori e le angosciose decisioni dei personaggi che riusciamo a imparare qualcosa, a uscire dal torbido per farci luce, a vedere il male come uno specchio del bene. Se un’opera crea scalpore producendo un turbinio di sentimenti contrastanti nel lettore, svolge – nella maniera più corretta possibile – il suo lavoro. Essa non veicola solo un messaggio denso a livello concettuale, ma dona a chi legge la possibilità di andare oltre la superficie, di sviscerare le singole parti dell’animo umano, di creare una profonda analisi introspettiva. Ai lettori più reticenti, dunque, non posso che consigliare di leggerlo senza remore e pregiudizi: tutto ciò che suscita disagio produce inevitabilmente un seme di intelligenza.


TRAMA

Adelina ha paura. Teme di avere un destino segnato. Lei – proprio come la madre e la nonna – dovrà diventare una ianara, la strega di paese. Adelina vorrebbe vivere di altro, scrivere da sé il proprio destino, conoscere la libertà autentica e pura, quella che non contempla catene. Adelina non vuole vivere in quel paesino angusto. Lì, infatti, uomini e donne giungono alla sua dimora e implorano un aiuto. Alcuni chiedono vendetta, altri guarigione, altri ancora di liberarsi del bambino che portano in grembo. Le tre donne si muovono celeri, sicure e in segreto. Salvano, maledicono, debellano mali. Eppure, nonostante la loro generosità, esse vengono scacciate, allontanate ed escluse dalla vita sociale: non sono degne, fanno paura, sono da nascondere. Adelina ne soffre, prova disprezzo per quella esistenza tanto misera, scalpita in cerca di indipendenza. Un giorno, allora, fugge. Lontano, lontanissimo. Quel che basta per far perdere le sue tracce. Giunge presso la dimora opulente di un nobile signore. Ella prova una profonda attrazione per quell’uomo, sceglie di rimanere e svolgere lavoro come domestica.

Il bel palazzo, però, nasconde segreti oscuri, morti improvvise e presagi nefasti. La narrazione si macchia di nero, il sangue sgorga, i timori si fanno sempre più profondi. Adelina – simile a una Jane Eyre grottesca – si muove nell’intricato grumo di sensazioni ed eventi. Ella, nonostante le terribili vicende accadute, rimane al servizio del vecchio signore. Anche quando il palazzo è privo di bellezza e ridotto a rovina, Adelina sceglie di farsi radice in quel posto.

La Giaquinto, abile nell’uso della parola, realizza un romanzo intenso che ha un crescendo di emozioni. Se il finale sconvolge e, finalmente, dà voce agli interrogativi posti sino a quel momento, anche la parte centrale del romanzo dona un profondo senso di stupore al lettore. La Giaquinto parla delle contraddizioni umane, del Male, della gelosia.

La figura della protagonista, poi, è tratteggiata con grande cura: Adelina non è semplicemente l’antieroina per eccellenza, ma si configura come portatrice di un destino antico. Ho scorto – e questo risulta essere un parere personale – la volontà di mostrare come lo stigma sociale, e dunque l’isolamento, la mancata gentilezza e comprensione dell’altro, possano scavare solchi densi di dolore, condurre la persona a interiorizzare malati pensieri, a scegliere la strada dell’errore. Adelina rappresenta anche tutte le donne legate al sapere medico che, però, in quanto femmine, non possono vivere alla luce del sole, celandosi agli occhi altrui. Penso alle mie – alle nostre – antenate. Erano sapienti, profondamente ancorate alla natura e conoscevano i segreti delle erbe. Quante di loro potevano condurre una esistenza vera, senza la paura di esser giudicate e condannate? Nessuna.

Forse poche, pochissime.

Il romanzo si muove fra credenze e realtà. Offre una visione del mondo dolorosa. Ho apprezzato i chiari rimandi al romanzo di Charlotte Brontë, Jane Eyre. Adelina si muove con coraggio nel mondo, proprio come Jane. E come lei si invaghisce del ricco signore. Ma se l’eroina della Brontë è buona e pura, Adelina serba in sé una rabbia sviscerale, una gelosia profonda, una mente contorta.

Accanto alla narrazione cupa, si staglia il paesaggio selvaggio. Pare di abitare quei luoghi intrisi di un verde sbiadito, il palazzo prima adornato di bellezza e poi freddamente vuoto. La Giaquinto non ha lasciato nulla al caso: parole, luoghi e personaggi sono un tutt’uno. La scrittrice è capace nel restituire, a pennellate vivide, un quadro dalle tinte fosche, Nessuno è riuscito, come lei, a distruggermi e ricompormi in un momento soltanto. È una lacrima amara nella sua piena e sottile verità. Ho sottolineato molti passaggi, tanto da rendere il libro

consunto e macchiato, talvolta, di lacrime. Desidero rendervi partecipi di un passaggio da me amato. Sono certa che possiate sentirlo vostro. La Giaquinto scrive:

«Oggi niente ha più senso, il tempo è azzerato e tutto riparte daccapo, eppure il cuore le si stringe in una morsa e sente ancora quel dolore, un dolore sordo che non vorrebbe provare, che mai avrebbe voluto provare, ma che in tutti quegli anni l’ha accompagnata ossessivamente, prima e dopo, e a cui non ha saputo o voluto dare un nome: gelosia, rabbia, impotenza»

Se dovessi scegliere un fiore per descrivere questo romanzo opterei per la margherita. In un

manuale di stregoneria verde, si diceva che essa ci insegna a guardare il mondo privi di ingenuità, andando oltre le apparenze. Il romanzo della Giaquinto ci esorta a fare lo stesso: al di là delle apparenze, vi è un mondo che giace assopito.


Il candore di un fiorellino si può sempre macchiare della terra bagnata. Buona lettura!


A cura di Lorenza De Marco

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