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La Natura di un ortoterapeuta

rubrica: I giardini che siamo


Se dovessi motivare il perché mi occupi di interventi di aiuto nel verde attraverso la pratica dell’ortoterapia forse racconterei che, in primis, ho sperimentato su di me la centratura che riesce a dare.

Nella vita ho sempre avuto bisogno di un ordine che compensasse repentini cambiamenti e plurimi distacchi affrontati in tenera età, unitamente all’ansia e ai disturbi che ne sono conseguiti. Sono cresciuta in piccoli borghi di straordinaria bellezza, spostando lo sguardo da un paesaggio tipicamente marittimo (dove sono nata) a quello altrettanto suggestivo della campagna a ridosso delle colline di Langa, alternando il gioco libero sulle barche dei pescatori liguri in inverno, al rastrellare del fieno nei campi in estate quando trascorrevo molto tempo con la mia pro-zia, nella casa in cui vivo oggi, dove le giornate scorrevano scandite dall’accudimento degli animali e lo sfalcio dell’erba, potature, semine e raccolti, in un andirivieni tra cucina, giardino, stalla e orto. Immancabile, a corredo di una fotografia dai toni vintage, andare al mulino a bordo di una carriola, per l’acquisto della farina necessaria a panificare. Quando in giardino raccolgo le (sue) rose - come eravamo solite fare insieme per portarle ai defunti di famiglia (il culto dei morti me lo ha insegnato lei) - ripercorro le sue orme: ogni volta che fioriscono, spazio e tempo non esistono più e a me sembra che lei sia ancora qui.



C’è qualcosa di spirituale nel prendersi cura di un giardino dove tutto trasformandosi rende la vita eterna, in un processo continuo attraverso la Natura. 

Più volte mi sono chiesta cosa sarebbe accaduto se non avessi sperimentato la possibilità di vivere in contesti a contatto con la Natura. Sono profondamente convinta che tutti, nei periodi bui, possano attingere al proprio vissuto positivo ed è proprio rendendomi conto dell’importanza che hanno rivestito per me queste esperienze che nel 2009 ho iniziato a scrivere progetti di giardinaggio per bambini, con l’intento di affiancare la lettura degli albi illustrati (forte anche di una specializzazione in letteratura per l’infanzia) ad attività pratiche, senza tuttavia dare vero compimento professionale a quella che pareva essere solo un’intuizione. Nel 2014, a seguito della maternità, ho sperimentato l’outdoor education, seguito corsi su DSA e BES, formazioni sulla pedagogia degli asili nel bosco e seminari sull’educazione libertaria. Nel 2021, spinta dal desiderio di dare una maggiore solidità ai laboratori tenuti, ho frequentato il corso di Ortoterapia presso Fondazione Villa Ghigi a Bologna, dando senso ad un percorso nel quale conoscenze multidisciplinari acquisite hanno trovato fondamento.


Di cosa parliamo?

Tra le definizioni di ortoterapia alcune hanno un orientamento clinico, come quella dell’American Horticultural Therapy Association per cui si tratta di “un processo attivo, all’interno del quale la persona si impegna in attività orticolturali adattate da un terapista esperto, con lo scopo di raggiungere obiettivi terapeutici specifici e documentati”.  Altre, invece, hanno un carattere più olistico: “gli obiettivi dell’ortoterapia consistono nel massimizzare le funzioni sociali, cognitive, fisiche e psicologiche dell’individuo, oltre a promuovere la salute e il benessere” (Haller & Kramer, 2006).

Nata in seno alle terapie occupazionali, l’ortoterapia vede i suoi albori negli Stati Uniti ad inizio 800 grazie a B. Rush, medico e psichiatra, il quale nota che attività pratiche all’aperto migliorano la salute mentale dei suoi pazienti; nel 1812 pubblica Medical inquirers and observation upon deaseases of the mind e già nel 1813, a Philadelphia, nasce la prima istituzione psichiatrica privata con spazi verdi per pazienti. È invece del 1917 il primo corso di orticoltura presso il dipartimento di Terapia Occupazionale del Bloomingdale Hospital di New York. Ad oggi negli USA l’Horticoltural Therapist è una professione sanitaria riconosciuta in ambito clinico grazie ad un percorso universitario dedicato. A livello globale è ampiamente utilizzata in numerosi paesi del vecchio e nuovo mondo. In Italia, Associazioni di categoria e numerose figure professionali (educatori, architetti paesaggisti, vivaisti, psicologi, agronomi, formatori e progettisti), a vario titolo e su più fronti, stanno conducendo, finalmente, un dibattito importante per il riconoscimento di questa professionalità complessa che necessita di formazione continua e competenze trasversali, dall’ambito agronomico-botanico all’ambito medico-psicologico-sanitario, passando per una buona dose di capacità creative, comunicative, relazionali e di osservazione.  


Una professione, mille sfaccettature

Si tratta, infatti, di una professione che apre a numerose applicazioni: Centri diurni, Comunità, RSA, Carceri, Fattorie Sociali, Ospedali. Riconoscere i bisogni di ogni persona, lavorare sulla prevenzione oppure sul recupero funzionale di una capacità fisica o cognitiva compromessa, è profondamente diverso dal lavoro sul reinserimento sociale e il recupero dell’autostima che coinvolge, invece, chi ha dipendenze patologiche o affronta percorsi riabilitativi in carcere; e cambiano gli obiettivi, il setting e le attività proposte se parliamo di minori in contesti disagiati con scarse abilità socio-relazionali, o per esempio, con disturbi dello spettro autistico; pensando poi agli anziani e a quei pazienti ospedalieri che non sempre possono uscire e lavorare in spazi aperti occorrono, invece, cautele e misure preventive adeguate. Avere studi e letteratura a disposizione diventa fondamentale per non compiere passi falsi, così come conoscere il proprio potenziale e i propri limiti, perché non tutti hanno competenze e attitudini a lavorare indistintamente con qualsiasi tipo di utenza. Bisogna, inoltre, che le attività proposte vengano pianificate, le procedure siano replicabili, gli obiettivi misurabili e i risultati valutabili.


Tempo del Restituire. Occupandomi di comunicazione (parallelamente) da oltre vent’anni, ho potuto constatare quanto sia sempre più difficile ricalibrare l’attenzione e riuscire a portare a termine un compito senza essere interrotti continuamente: l’iper-stimolazione mediatica e tecnologica genera disagio, ansia da prestazione, senso di inadeguatezza. Non ne sono immune ma ho avuto la possibilità di conoscere una via di uscita attraverso la Natura e il mio desiderio è che tutti coloro che incontro possano sperimentare un momento di pace, di gioia o di riconciliazione con se stessi, anche solo per poco. Le attività a contatto con la Natura offrono benefici di natura fisica, psicologica e sociale che per quanto studiati e misurati restano incommensurabili e rendono - a tutti gli effetti - le attività nel verde non solo un supporto riabilitativo bensì una forma preventiva necessaria di tutela complessiva della salute, fisica e mentale, di tutti quanti.



Testo di Milena Bellonotto (@ventodifogli.e)

Fotografie di Filomena Cocchia (@filomenacocchia)



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