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Che fine fanno i semi lasciati liberi di andare Chissadove?

rubrica: I giardini che siamo


Cosa penserà Antonio di questo albo illustrato? Piacerà a Margherita? E Alessandro, mi seguirà in questo racconto? 

Eccomi qui, come tante altre volte, a pormi domande in soliloquio sul significato di questa pratica: la lettura di albi illustrati abbinata alle attività di ortoterapia, in questo caso dedicate ad un gruppo di persone che presentano differenti gradi e livelli di disabilità cognitive. A dire il vero, il termine “disabilità” mi ha sempre dato filo da torcere e mi mette non poco a disagio: è forma convenzionale utilizzare questa parola per capirsi… Ma tra chi e chi? Ha senso parlare di inclusione se utilizziamo un linguaggio che a priori esclude, parcellizza, disamina?

Una cara amica psicologa e psicoterapeuta un giorno mi ha detto che ognuno di noi ha delle dis-abilità e che forse dovremmo concentrarci maggiormente sul concetto di “persone”.  Mi piace questo approccio, perché in ortoterapia, a fronte di una qualsivoglia diagnosi clinica, ci si concentra sul potenziale di cui ognuno dispone. Se è vero che le parole definiscono il nostro modo di concepire la vita e il mondo, allora riparto dal disegnare attraverso nuove parole. Cosa c’è di meglio, quindi, dell’albo illustrato per disegnare e tracciare nuovi solchi nel pensiero umano?

Un buon albo illustrato ha due linguaggi che si completano e rafforzano a vicenda: l’immagine non è a corredo del testo, bensì è un altro codice, che può suggerire interpretazioni e punti di vista, ampliando la gamma di significati che il testo scritto racconta. Spinta dalla passione per questo genere letterario, ormai sdoganato rispetto al solo utilizzo per l’infanzia, da anni colleziono albi a tema Natura e trasformazione, perché credo possano essere davvero utili a supportare e rafforzare il mio lavoro come progettista e consulente in processi trasformativi con la Natura e come ortoterapeuta.


Per alcuni mesi ho trascorso un mattino a settimana con un gruppo di persone ospiti di un Centro diurno e ho lavorato con loro in un percorso volto alla stimolazione dei sensi e della psicomotricità fine, come da precisa richiesta e in accordo con l’equipe di lavoro, che mi ha vista collaborare con gli operatori del centro, un’educatrice e una psicologa presso la Fattoria didattica che ha ospitato le attività.

Sono stata fortunata, perché non è scontato che in Italia – dove si è iniziato a parlare in maniera seria di ortoterapia solamente negli ultimi dieci anni – si disponga di una equipe di lavoro al completo, condizione che d’abitudine dovrebbe accompagnare questi progetti.

Ogni sessione ha avuto inizio con un breve momento dedicato all’accoglienza perché non è scontato che tutti siano sempre a loro agio in un ambiente all’aperto; anzi, talvolta c’è chi ha fastidio per gli insetti o per gli animali che si possono incontrare in una fattoria didattica: tutto va mediato ed è fondamentale che le persone si sentano rispettate nei loro tempi di adattamento al luogo perché non tutte le giornate sono uguali; per chiunque. 

Un piccolo tour intorno alle aiuole di aromatiche o verso la terrazza naturale che dà sulla valle con vista bosco, o nel parco che ci ospita tra piante secolari, permette in effetti di sintonizzarci sul giusto canale, proprio come spiegarono Rachel e Stephen Kaplan, psicologi e ricercatori presso la Michigan University quando elaborarono, alla fine degli Anni Ottanta, la Teoria della Rigenerazione dell’Attenzione (ART). 

Questa teoria spiega come l’esposizione dell’uomo ad ambienti naturali permetta alla mente di rigenerarsi grazie ad una pluralità di elementi che si trovano in Natura e che agiscono indirettamente sull’attenzione involontaria (la quale non richiede sforzi per essere mantenuta), che “recepisce” questo tipo di stimolazione in modo positivo. È tuttavia importante che un ambiente - per essere effettivamente rigenerante - non contenga in sé troppi stimoli e distragga la persona, perché potrebbe affaticarla da un punto di vista cognitivo; le ricerche dei Kaplan parlano di un luogo facile da interpretare, percepito dalla persona come sicuro, semplice da esplorare: ecco perché la mediazione di un ortoterapeuta è fondamentale, nel farsi interprete e traduttore o più semplicemente “guida” in un processo di affiancamento in Natura.

A seguito di questa teoria molti studi sono stati svolti per una attenta verifica e gli esiti ottenuti dimostrano che essere esposti agli stimoli della Natura - che esercitano quella che viene chiamata “fascinazione” – agisca sull’attenzione involontaria per rigenerare l’attenzione diretta o volontaria, fondamentale per lo svolgimento di funzioni cognitive di alto livello come il ragionamento o l’apprendimento.

Dopo questa breve passeggiata abbiamo preso l’abitudine di sederci in cerchio per dedicare un momento alla lettura, all’ascolto o alla visione - a seconda di cosa uno preferisca - del nostro albo illustrato. Dal momento che l’attività di oggi consisterà nella semina di fiori in piccoli vasetti, ho pensato di proporre Chissadove di Chiara Valentini (autrice) e Philip Giordano (illustratore), edito da Zoolibri, in cui si narra di un seme che non trova immediatamente la sua strada.

In copertina un albero antropomorfo sorride: è dotato di una chioma all’interno della quale si distinguono rami e semi anch’essi con volto sorridente e, sul tronco, campeggia un cuore “di tenero ciliegio” intagliato nella copertina stessa, da cui quasi tutti, una volta aperto il libro, amano fare “cucù”. 

È un albo cartonato che colpisce da subito per la pulizia grafica nell’impostazione visiva e nelle illustrazioni, che ricordano texture tratteggiate a china o con una penna a sfera a punta fine; pochissimi i colori utilizzati (nero e rosso principalmente) nei tratteggi che campeggiano su sfondo a tinta crema.

Il racconto parla di un seme che non ha mani, non ha piedi, non ha bisogno di scarpe, né di abiti e tanto meno di una valigia; e poi c’è un albero che lo vuole proteggere, perché mentre tutti gli altri semi hanno preso il volo per Chissadove, lui, il piccolo seme, è rimasto attaccato alla sua chioma.  E allora l’albero se ne prende cura, lo trattiene e quasi lo esorta a rimandare la partenza, finché, un giorno arriva una gazza che lo rapisce e lo lascia cadere, proprio Chissadove



Che fine faranno i semi lasciati liberi di andare Chissadove?

A volte, basta il soffio del vento perché un seme manifesti la sua vera natura, cresca, prosperi e si diffonda; altre volte, invece, è necessario l’intervento di qualche aiutante che porti i semi in territori sconosciuti. Chiassadove è una metafora sul senso della vita, sui processi di crescita e sul rispetto verso la propria e altrui natura, sulle dinamiche di attaccamento e sulla difficoltà a lasciar andare o affidare i propri figli (anche metaforici) ad altre persone o semplicemente alla vita, affinché possano crescere e acquisire l’autonomia necessaria.

Da un punto di vista strettamente naturalistico, infine, è anche un albo che ci aiuta a capire che l'interdipendenza su questo pianeta è una risorsa e forse una risposta ai nostri mille perché. 


Lo consiglio perché… ci racconta della paura di lasciar andare, di affrontare luoghi sconosciuti e di strade non ancora battute ma a cui concedere le possibilità di esistere - nella nostra mente in primis - per esercitare la ricerca, la sperimentazione di sé e la personale facoltà di diventare ciò che si è.



Testo di Milena Bellonotto (@ventodifogli.e)

Fotografia di Tamara Barbarossa (@tamara_barbarossa)



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