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I PESCI NON ESISTONO di Louisa Elizabeth Miller


Mi aggiravo per gli stand del BookPride di Milano, in cerca di qualche segnale che mi rapisse dal mio stesso girovagare. Sempre più spesso, ultimamente, vengo attirata da tematiche (e in questo caso anche da forme) naturalistiche che mi colpiscono immediatamente. Così è successo con questo libro, la cui lettura mi ha atteso per più di un mese e mezzo per poi consumarsi in 4 giorni lasciandomi tra il perplesso e lo sbigottito.

Il desiderio di molti autori se non della maggior parte, credo, sia quello di avvincere i propri lettori. Spesso nell’ambiente si intraprendono discussioni in merito, si attivano lezioni e corsi e si ascoltano ore ed ore di nozioni tecniche, ci si sminuisce o ci si vanta, si rincorre la formula che possa garantire l’efficace effetto calamita. Personalmente, nonostante sia un mio desiderio quando sto dalla parte di chi scrive ma anche quando sto da quella di chi legge, non mi interrogo più di tanto sulla molla che scatta in me quando voglio avvincere o essere avvinta. Preferisco, anche in questo caso, lasciare che sia un pizzico di mistero a creare le onde emotive che guidano l’affetto ricevuto o quello che nasce verso libri e autori. Ne è l’esempio perfetto I PESCI NON ESISTONO che fin dal titolo, dalla copertina e dal Prologo ha saputo stuzzicare la mia fantasia sebbene già fossi a conoscenza che il libro trattasse di scienza e di storia attraverso l’uso di una scrittura biografica che mixa sapientemente intrighi da giallo a confessioni personali da diario intimista.

L’abilità più ardita che riconosco all’autrice è sicuramente quella di aver creato un protagonista che tutti conosciamo, tanto evanescente quanto concreto, che visita le vite di ciascuno guardandoci di sottecchi e, inevitabilmente, suscitando in noi curiosità, timore e infinite domande. Apre subito l’opera presentandolo quasi cerimonialmente: è così che compare Caos, in tutta la sua foga e in tutte le nostre esperienze, chi più chi meno, orientate a riconoscere fin dalle prime righe quella sensazione indecifrabile di precarietà e incertezza che distinguerà tutto il racconto. Salvo poi avere la sensazione di esserselo dimenticato, tanta sarà la curiosità di scoprire le avventure di David Jordan che, con Caos, avrà più di un incontro a suggellare un rapporto particolare. Perché attraverso l’adolescenza, gli incontri, le ambizioni, gli ideali, gli esperimenti e le missioni di David Jordan il lettore conoscerà parti della storia (americana, specialmente, dalla metà del 1800 in poi) che si è concentrata sulla scoperta, sulla catalogazione, sull’esplorazione, sulle dinamiche di relazione e di evoluzione delle specie.

Nel libro vengono citati man mano diversi esperti, da Agassiz a Darwin, dagli Stanford a vari filosofi, che si alternano alle vicende dell’autrice. Lei, tuttavia, riesce a fare qualche incursione nella macro-storia che racconta, puntellandola qua e là di confessioni e di domande che apparentemente sembrano piccole ma che svelano, senza mai eccedere, le motivazioni della sua ricerca attraverso le crepe nelle sue stesse relazioni personali lasciando emergere il suo bisogno, quasi spasmodico, di trovare risposte.

“E finalmente, un pomeriggio, trovai quello che cercavo.

Un antidoto al terrore. Una ricetta per la speranza.”

Durante la lettura dalla seconda metà del libro ho dovuto mettere per un attimo da parte quei richiami introspettivi, romantici e poetici per affrontare temi che definire spinosi sarebbe un eufemismo. Siamo arrivati alla parte storica più vicina alla nostra contemporanea, e forse anche questo ha contribuito a rendermela particolarmente dura da digerire, forse perché non volevo riconoscere che l’essere umano così come lo conosco avesse potuto concepire e portare avanti per così tanto tempo (ancora oggi) pratiche e sentimenti tanto insensibili e crudeli (un capitolo viene intitolato, precisamente, la “galleria degli orrori”).

Eppure tutto quel dolore è funzionale a farci smuovere qualcosa dentro, mentre leggiamo, a risvegliare i nervi intorpiditi, i sensi, l’istinto, la visione. Tanto forte e allo stesso tempo rispettoso è l’invito a cambiare continuamente punto di vista, a non risparmiare l’empatia, a mettere da parte ciò che si crede giusto o sbagliato.

“Il principio del tarassaco!

A seconda di chi lo giudica, il tarassaco può essere una comune erbaccia, ma anche molto, molto di più. L’erborista lo considera una medicina, che aiuta a disintossicare il fegato, a pulire la pelle, a rafforzare la vista. Per un pittore è un pigmento; per un hippie una corona, per un bambino, in forma di soffione, un desiderio da esprimere. Per la farfalla è nutrimento; per l’ape un letto dove accoppiarsi; per la formica una bussola olfattiva.”

E mentre ci si avvia a scoprire il perché del titolo, interrogandosi sull’esistenza e di conseguenza anche sulla propria, si incomincia a mettere insieme i pezzi dei capitoli precedenti: dall’idillio alla caduta, dalla luce all’ombra, dal potenziale alla miopia.

Conoscere, magari, significa provare a non commettere gli stessi errori, per fare tesoro di ciò che è andato male rispetto alle aspettative, che ha causato dolore difettando in lungimiranza e inclusione.

“Forse anche i sogni hanno bisogno di essere esaminati. Forse persino la speranza necessita di qualche dubbio.”


LULU MILLER

Traduzione di Luca Fusari


Recensione e fotografie di

Rossana Orsi(@rossana_orsi)



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