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MOLCHER - sesto capitolo

Rubrica: Racconti oltre il velo

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Febbraio


La sera era fredda e pungente, in cielo le stelle brillavano chiare come accade dopo un’abbondante nevicata. Spirali di nebbia si sprigionavano dai ruscelli, altre invece risalivano fitte dagli umidi prati come fossero state fumo. Il bosco di betulle che Molcher si era lasciato alle spalle dondolava sospinto da un debole ma penetrante vento, lo sfondo pareva una fitta rete nera contro una volta celeste fiocamente illuminata dalla luna calante. Il cavaliere galoppava da diverse settimane, aveva abbandonato il sud umido e paludoso dove le popolazioni soccombevano di povertà e peste, quando non era la lama dei cavalieri del re ad infierire soprattutto se i malcapitati si mostravano reticenti a convertirsi al cattolicesimo. I soldati di Cristo si muovevano in senso contrario al suo, si dirigevano verso Gerusalemme alla ricerca del Santo Graal per conto della chiesa. I sensi di Molcher non avevano più nulla di umano: erano amplificati. In mezzo alla gente si sentiva come ebro dell’energia che queste emanavano, poteva persino vedere intorno alla loro sagoma un alone aureo e luminescente come se del pulviscolo vi galleggiasse all’interno. La sorgente luminosa mutava colore a seconda della persona, il cavaliere intuiva che ne esprimesse gli intenti, ma non era ancora riuscito ad identificare a quali tratti della personalità corrispondesse ogni singolo colore. Preferiva dunque le vie secondarie, i boschi fitti e solitari, dove non si sentiva costretto a nascondere a lungo il proprio volto. Godeva della compagnia di Gringalet mentre, in solitudine, rifletteva su ciò che gli era capitato, sul perché fosse tornato in vita, sulle parole di Innogen che risuonavano nella sua mente tanto da domandarsi con insistenza in che modo sarebbe potuto diventare una guida per qualcuno, come ella aveva predetto. Il cavallo rallentò, l’uomo tese le redini accordando all’animale l’intenzione di fermarsi: i tetti imbiancati di un piccolo borgo prendevano forma dinanzi agli occhi, quindi si soffermò ad ammirare lo scenario per un poco lasciandosi ispirare dall’idea di un presepe incastonato fra i colli. Il cavaliere era ben conscio che non avrebbe trovato dentro ai boschi le sue risposte, intuiva che non gli fosse concesso vagare sulla terra con tali sembianze sprecando il tempo a nascondersi o a filosofeggiare sulla propria esistenza. Bensì il suo destino era quello di stare fra la gente e l’imbarazzo che provava quando qualcuno mostrava orrore per le sue pelli cadenti non avrebbe posto un freno a ciò per cui era predestinato.


Le campane della chiesa rintoccavano accompagnando il passo di Gringalet che attraversava il paese. A prima vista quest’ultimo appariva deserto tranne che per una silenziosa processione di poche donne vestite di bianco, sulle teste scoperte portavano ghirlande puntellate da piccole bacche rosse, invece tra le mani giunte sorreggevano dei ceri accesi. Festeggiavano la notte della candelora, i visi parevano impassibili con gli sguardi rivolti al sagrato della chiesa ove lentamente si radunavano in una nuvola di candore. L’edificio in penombra ricordava una macabra figura torreggiante sul gruppo sparuto e ignaro del pericolo, al contrario le parti inferiori della struttura erano chiaramente visibili, gli archi e i montanti si delineavano alla tremula luce rossa e arancione delle torce illuminate. Tutto attorno alle donne si stringevano gli uomini infreddoliti nei loro mantelli scuri delimitando la folla coi corpi massicci. In quel momento il suono delle varie conversazioni divenne un crescendo e crebbe fino a risuonare come una specie di sordo brusio. Un ulteriore e improvviso rintocco della campana fece calare il silenzio, il sacerdote allora si mostrò preceduto dai chierichetti che, anticipando i suoi passi, facevano dondolare gli incensieri. Il prelato, avvolto dal fumo sacro, alzò le mani supplichevoli benedicendo il gruppo di fedeli:


È così ancora una volta, per la grazia di Gesù Cristo risorto, il male e le tenebre di questo mondo saranno scacciate dall’armonia e dalla luce giunta dal cielo. Luce che verrà amorevolmente nutrita dal gestante grembo di una donna, illuminando le virtù degli uomini ancora dormienti!” 


Il cavaliere si soffermò qualche istante ad osservare la scena, un ricordo lontano lambì la sua  mente. Immaginò che la visione provenisse da una vita passata perché si presentava nebbiosa, simile ad un sogno. Doveva trattarsi di un attimo vissuto persino prima dell’esistenza di Molcher, ma non sapeva dire a quale delle tante altre realtà, che sentiva albergargli dentro, appartenesse. Ascoltò attentamente il sermone e l’immagine di una Luce custodita nel grembo di una donna lo intrigò quanto una profezia. Gli capitava spesso nelle ultime settimane che piccoli eventi, all’apparenza insignificanti, si palesassero tali a messaggi che in qualche modo sentiva di dover cogliere. Gringalet sbuffò nuovamente facendo fuoriuscire del caldo vapore dalle narici: il tempo trascorso insieme e le nuove emozioni sensoriali di Molcher avevano approfondito la conoscenza tra i due, ora l’uomo era in grado di riconoscere i mutamenti del suo umore anche solo sfiorandone il manto percependo al tocco quando il destriero fosse triste, ferito o semplicemente affaticato. In quel momento l’animale desiderava riposare, era forte e robusto, ma Molcher sentiva come suoi gli arti stanchi e infreddoliti dell’amico, al contrario le ossa scarne dell’uomo lasciavano passare sotto al mantello ogni spiffero senza risentirne più di tanto. Qualcuno improvvisamente attraversò la strada sbucando dal buio, per qualche passo camminò lungo il muro verso la sua direzione poi si fermò e prese ad osservare il cavaliere da prima con una certa spavalderia poi con apprensione.


“Buon uomo sapreste indicarmi una locanda dove poter trascorrere la notte?”


La sua voce baritonale pareva rimbombare da una cavità celata all’interno del mantello. Desiderava farlo sentire al sicuro quindi con la mano guantata fece scivolare il cappuccio sul viso scarno ed emaciato. L’uomo intimorito dalla sinistra presenza liberò una mano dalla tasca e, tremante, indicò la via adiacente a quella dove si trovavano, farfugliò un nome che a Molcher parve avesse a che fare con un pozzo. Il cavaliere come ultimo tentativo scostò leggermente il mantello sulla vita lasciando intravedere la spada che ne identificava il rango, infatti alla gente comune non era consentito portare armi in dosso.


“Non s’intimorisca mio buon samaritano, è stata la peste, sono uno fortunato sopravvissuto!”



Sebbene l’abbigliamento mostrato dal forestiero rappresentasse un onorevole lasciapassare, l’uomo scomparve nel buio non appena venne congedato, Molcher diede un buffetto a Gringalet e un po’ deluso trottò verso il luogo indicato.


La locanda si chiamava il pozzo miracoloso, era deserto come il piccolo borgo. Cecilia, la locandiera, si mostrò alquanto stupita di ricevere un ospite, gli spiegò, infatti, che, per quanto ne sapeva, i suoi abituali clienti – commercianti di lana e spezie, armigeri e costruttori - erano diretti al monastero delle monache vespertine, nella speranza di assistere all’arrivo del nuovo carico di donne prima che oltrepassassero le alte mura del chiostro. La proprietaria della locanda era una signora esile e accigliata ma comunque incuriosita dal nuovo arrivato. Cercava di sbirciare con insistenza oltre l’enorme colletto rialzato della sopraveste, ma venne redarguita severamente dagli occhi penetranti di Molcher che brillavano in modo sinistro. Nonostante questo Cecilia non s’intimorì affatto, decise semplicemente di soprassedere, avrebbe avuto comunque del tempo dato che il cavaliere le aveva richiesto una stanza per l’intera notte. L’aurea che l’avvolgeva era di un verde scuro, e Molcher aveva già stabilito che si trattava di un colore piuttosto innocuo, si convinse quindi che la donna non sarebbe stata un problema. 

Più tardi, una volta che l’ospite si fu sistemato nella camera, gli servì un vassoio con un infuso di erbe, un piatto caldo di manzo salato e qualche verdura arrostita cosparsa di miele.


“Mio Signore non preferireste meglio un bel bicchiere di vino al posto dell’infuso? Vi darebbe un po di colore alle guance, apparite piuttosto pallido sapete?”


“Vi ringrazio per le attenzioni, Cecilia, ma al momento va bene così!” 


Molcher sorbì un po’ del liquido con piacere, piluccò le verdure, ma mise da parte la carne, nutrirsi era ancora qualcosa di ostico. Le viscere, nelle settimane precedenti, avevano preso ad assestarsi, nel frattempo si era cibato di radici e foglie commestibili, la carne richiamava la morte e gli dava il voltastomaco. Sedette al robusto tavolo in legno che si trovava al di sotto di un’angusta finestrella, ordinò che gli si portasse una candela, quindi estrasse dalla sacca il suo diario, lo avvicinò al lume appena acceso, e prese a scrivere socchiudendo un poco l’occhio destro dato che gli sfocava la vista. Non aveva perso nemmeno da morto l’abitudine di appuntare su carta le sue memorie, ricapitolare gli avvenimenti della giornata lo aiutava a chiarirsi le idee, era convinto che attraverso le sue stesse parole la via da perseguire pian piano avrebbe preso forma. Trascrisse quel che ricordava del sermone del parroco, almeno ciò che  lo  aveva maggiormente colpito; si lagnò un poco del timore che il suo aspetto provocava ricordando l’episodio col viandante, ma soprattutto riportò le chiacchiere con la locandiera. Si domandava che tipo di carico richiamasse al monastero un nutrito gruppo di persone. Rimase alquanto pensieroso, rovistando fra i ricordi ancora per un poco, tanto che la luna sparì dal cielo notturno mentre la fiamma baluginava fiocamente consumando l’ultimo moccolo della candela. Non appena si convinse di aver riportato sul foglio tutto ciò che rammentava si sfregò gli occhi, ripiegò diligentemente le pagine all’interno della copertina di pelle e la ripose nuovamente nella sacca legata alla cintola. Sorrise vedendo un braciere colmo di carbonina ardente in mezzo alla stanza, si sentì felice di aver suscitato nella locandiera un sentimento materno piuttosto che ribrezzo. Si avvicinò al caldano trovando confortante il tepore, gli ricordò come un tempo lo emanavano anche le sue carni e decise, per la prima volta da quando era riemerso dal tumulo, di svestirsi completamente per conoscere meglio il suo nuovo corpo. Si premurò comunque di chiudere per bene la porta nel caso in cui Cecilia fosse rientrata senza bussare con una scusa, nonostante la sua tolleranza una simile visione le avrebbe certamente fatto perdere i sensi. Sfilò i bottoni di osso dalle asole della sopraveste ricamata, slacciò l’ampia cintura borchiata depositandola sulla sedia impagliata, sfilò infine gli stivaletti dal bordo rivoltato ed osservò come i piedi scheletrici risuonassero macabramente sulle lastre di pietra del pavimento. La tunica scivolò via da sola, non trovando i muscoli a sostenerla: ora poteva sentire meglio il calore emanato dalle braci avvicinandosi pericolosamente. La sensazione gli fece desiderare ardentemente di possedere ancora la sua  vecchia pelle, soffriva perché avrebbe voluto sentire anche con il corpo non solo con l’anima, sebbene quest’ultima fosse più chiara rispetto a prima. In qualche modo il viaggio nel mondo di sotto lo aveva reso più vecchio, più saggio forse, anche se non si spiegava come, dato che la morte lo aveva stroncato in giovane età. Dell’altro mondo non ricordava nulla se non il buio, la terra e gli odori del tumulo. Il petto si gonfiò e sgonfiò rumorosamente in qualcosa che somigliava ad un sospiro. I lembi, che erano rimasti attaccati alle ossa, avevano smesso di venir via come accadeva nei primi giorni, anzi, in un certo qual modo sembravano rinvigoriti. Nemmeno i capelli cadevano più a mazzi, avevano perso però il loro colore fulvo tramutandosi in lunghi fili argentei e radi, mentre gli occhi, pieni e dorati, somigliavano a quelli sporgenti di una civetta. Posò entrambe le mani sul petto, il cuore batteva sotto ad uno strato di soffice muschio che pareva donargli linfa e questo lo rendeva grato.

Sentendosi sopraffatto dalla stanchezza indossò nuovamente la tunica e si lasciò cadere sul pagliericcio che la locandiera aveva rimpinguato di paglia e coperte, privilegi riservati ai cavalieri, sempre se nel suo stato poteva ancora avvalersi del titolo. Come per tutto il resto anche il sonno era una novità, si trattava di un dormire strano, durante il torpore gli pareva di percorrere immense distese prive di luce e ovattate dal silenzio. Valli in cui percepiva presenze che non riusciva a toccare ma che intravedeva passargli accanto. Nel sonno Molcher camminava ancora lungo le vie della morte senza conoscerne i possibili risvolti.


La sera precedente e comunque prima di prendere sonno, diede disposizioni a Cecilia affinché lo svegliasse all’alba. Si disse che era necessario per evitare sguardi indiscreti, ma quella notte il cavaliere comprese che l’istinto aveva prevalso ancor prima di comprendere che uno scopo lo aveva raggiunto. Una debole e lontana fiaccola, per un momento, aveva rischiarato le valli della morte. Un monastero cupo e misterioso si era vagamente delineato dietro la luce per poi sbiadire simultaneamente al chiarore. Per tutta la notte aveva provato a raggiungerlo, infine, al risveglio, aveva compreso che quel luogo non si trovava affatto nell’altro mondo, ne aveva veduto il riflesso, quindi comprese di non avere tempo da perdere se voleva anticipare il carico che tanto incuriosiva i mercanti.


“Signore, sulla tavola in cucina, potrete trovare del pane fresco e del burro salato, se vi aggrada!”


La voce dietro la porta era squillante nonostante fossero le prime ore del mattino. Gringalet lo attendeva nella stalla adeguatamente rifocillato, sbuffò di gioia vedendolo entrare e Molcher non gli fece mancare le sue carezze, non si ritraeva mai al tocco e forse, pensò, era l’unico essere al mondo a non farlo. Il pelo brunito riluceva e profumava di cedro, lo annusò tuffando il naso nella pelliccia rasa, quando percepì i passi di Cecilia alle sue spalle. La donna lo aveva seguito tendo tra le mani un canovaccio annodato, vi aveva riposto delle provviste, le era grata per la lauta mancia lasciata sul tavolo: Innogen aveva rimpinguato le tasche del mantello di provvidenziale denaro.


“Cecilia, posso domandarvi perché i vostri clienti sono in pellegrinaggio verso il monastero?” domandò Molcher mentre sellava il cavallo.


“Certamente, mio Signore! È giunta voce che a giorni giungerà dal sud un carro di donne, come le avevo anticipato ieri. Si tratta di sacerdotesse e ancelle dell’antica religione, a quanto pare hanno dovuto abbandonare uno degli ultimi templi!”


Molcher ripensò al tempio in fiamme il giorno in cui venne ferito mortalmente. La notizia lo agitò e senti il cuore frusciare sotto al muschio: l’ultima battaglia lo aveva segnato profondamente, si era sentito dalla parte sbagliata della storia per tutto il tempo, era certo che nessun Dio buono e compassionevole avesse commissionato un simile sterminio e non certamente quello che in seguito lo aveva riportato in vita.


“Cosa accadrà a queste donne?”


“Beh, quelle che si rifiuteranno di entrare nel monastero verranno vendute come schiave ai presenti, le altre varcheranno i cancelli e saranno finalmente spose di Dio!”


La donna si segnò il petto imitando la croce cristiana in un eccesso di zelo, dinanzi ad un cavaliere era sempre meglio mostrare i migliori intenti.

Nel frattempo i primi raggi di un tiepido sole illuminarono il rosone del campanile della chiesa. Il vento gelido tipicamente invernale sferzava il viso di Molcher, nonostante la scusa fosse buona per mantenere alto il bavero decise di rischiare e salutò Cecilia mostrandole ampiamente il volto, la donna non vacillò nemmeno per un secondo, invece sorrise amorevolmente. Quindi il cavaliere, finalmente soddisfatto, si diresse verso il monastero delle monache vespertine.


21 Febbraio, anno del Signore


A sbirciare attentamente sulle siepi di biancospino si possono scorgere fra i rami induriti certi boccioli turgidi ricoperti da una lanugine pelosa, somiglia tanto a quella apparsa sui lembi delle mie vecchie carni rimasti ancorati alle ossa. Come per i verdi germogli pare che la peluria voglia tenere al riparo il prezioso contenuto mentre quest’ultimo radica sullo scheletro espandendosi. 

Mi domando quale sia il miglior concime in questi casi cosicché il processo di trasformazione venga adeguatamente nutrito in ogni momento!


Sesto comandamento della cavalleria

Saprai trovare nuovi punti di vista

anticipando la battaglia.


Dal diario di Molcher, cavaliere dal cuore di Muschio.



Testo di Tamara Barbarossa (@tamara_barbarossa)

Illustrazione di Barbara Aimi (@aimi.barbara)

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