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Riflessioni sull’editing: Lish e Carver (prima parte)


Della figura dell’editor si è parlato molto, soprattutto in senso classico: colui o colei che “edita’’ (modifica) un testo a livello contenutistico, sintattico, strutturale.

Se ne è parlato come di una figura ingombrante, si veda il caso di Gordon Lish e Raymond Carver. Quest’ultimo ha sempre rivendicato, nel tempo, l’eccessivo taglio che Lish avrebbe apportato ai suoi racconti, tanto da far parlare di una forma di minimalismo letterario pubblicata e ripubblicata anche in Italia.

L’apporto di Lish, da una parte, ha valorizzato i silenzi, le vertigini presenti nella scrittura dell’americano, e dall’altra si sarebbe imposta come una mannaia tanto da portare Stephen King a dire che a Carver “è stata rubata l’anima” dal proprio editor.

Sorvolando le polemiche, potremmo dire con Deleuze che “non si sfugge alla macchina”.

Persino Amazon, considerato porto franco per chiunque voglia esprimersi “liberamente”, senza sottostare a norme redazionali, giudizi di un collettivo editoriale o semplici interventi, impone penalizzazioni e censure basati su controlli contenutistici.

A giudizio di chi scrive, anche cambiare una semplice virgola è rivoltare il pensiero e (forse) il proseguimento di una stesura.

Nel tempo ho avuto modo di frequentare scuole di scrittura creativa e sentirmi intrappolato tra un qualcosa di utile e un qualcos’altro di soffocante.

Mi è capitato di accettare suggerimenti preziosi e rifiutare, anche lottando, modifiche che non ritenevo necessarie a testi che avevo scritto; apprezzare maggiormente la collaborazione e il rispetto dell’altro rispetto all’imposizione.

Perché alla fine credo che un editor debba far emergere i punti di forza dell’autore, quelli che ne costituiscono ripetutamente la sua unicità.



di Alessandro De Paoli (@bartleby__scrivano)


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